POSTE VATICANE 17^ EMISSIONE del 08 settembre 2021, di n.1 AEROGRAMMA dedicato al IV Centenario della morte di San Roberto BELLARMINO

L’aerogramma vaticano celebra quest’anno il IV centenario della morte di San Roberto Bellarmino, teologo gesuita, scrittore, professore e rettore del Collegio Romano. Ordinato sacerdote nel 1870, fu chiamato come professore al Collegio Romano per la cattedra di “Apologetica”. L’aerogramma riproduce il dipinto del Santo posto sull’altare a lui dedicato nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma. L’impronta di valore reca lo stemma dell’Università Gregoriana: al centro la Madonna col Bambino con la didascalia “Sedes Sapientiae”, secondo il titolo utilizzato dai Padri della Chiesa; sotto l’iscrizione “Religioni et bonis artibus”, in riferimento agli studi di Teologia e alla cultura umanistica. Sui lati le lettere AM e DG stanno per “Ad maiorem Dei gloriam”, motto della Compagnia di Gesù. Gli elementi araldici presenti sono quelli della famiglia Loyola a sinistra, con l’anno 1553 a indicare l’inizio dei corsi di Filosofia e di Teologia nel Collegio Romano, e quello di papa Gregorio XIII a destra, associato alla data di inaugurazione della nuova sede del Collegio Romano.

  • data: 8 settembre 2021
  • valore dell’Aerogramma: € 2,40
  • stamperia: Joh. Enschedè (Olanda)
  • formato aerogramma : 189 x 293 mm (aperto)
  • tiratura: 11.000
  • num. catalogoMichel______ YT _______ UNIF _______

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Roberto Francesco Romolo Bellarmino (Montepulciano, 4 ottobre 1542 – Roma, 17 settembre 1621) è stato un teologo, scrittore e cardinale  italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e proclamato dottore della Chiesa. Apparteneva all’Ordine dei Gesuiti.

Biografia

L’infanzia e la giovinezza

Terzogenito di cinque figli, nacque in una famiglia di Montepulciano di nobili origini, per parte sia paterna sia materna, ma in via di declino economico. Suo padre, Vincenzo Bellarmino, fu gonfaloniere di Montepulciano, e sua madre, Cinzia Cervini, molto pia e religiosa, era sorella di papa Marcello II. Fu battezzato dal cardinale fiorentino Roberto Pucci al quale probabilmente deve l’onore del suo primo nome, mentre il secondo è in riferimento a Francesco d’Assisi, il santo onorato il 4 ottobre giorno della sua nascita; Romolo fu dato in onore di un antenato della famiglia.

Fin da piccolo ebbe una salute precaria e una forte inclinazione per la Chiesa. Dopo un’iniziale educazione in famiglia, vista l’inclinazione religiosa, fu inviato per gli studi presso i padri gesuiti da poco arrivati anche a Montepulciano, dei quali sua madre aveva grande stima. All’età di sedici anni espresse l’intenzione di entrare nell’ordine gesuita, ma suo padre preferiva inviarlo a Padova per indirizzarlo al clero secolare, convinto che le ottime doti del figlio gli avrebbero permesso di fare una buona carriera ecclesiastica con miglioramento economico dell’intera famiglia. Roberto persistette nel suo intento di farsi gesuita e si consolò sapendo che anche un suo cugino di Padova, Ricciardo Cervini, desiderava entrare nel nuovo ordine religioso. Suo padre alla fine concesse il permesso. A diciotto anni entrò con il cugino presso il Collegio Romano il 20 settembre 1560 e il giorno dopo fecero la loro prima professione religiosa. Suo cugino Ricciardo Cervini morì solo quattro anni dopo il loro ingresso in noviziato.

Nonostante la sua parentela con un pontefice, fu riconosciuta la sua umiltà e il suo impegno negli studi e si affermò che la sua vita si confaceva a uno dei suoi libri spirituali più seguiti, l’Imitazione di Cristo.

Fin da giovanissimo mostrò doti letterarie e ispirandosi agli autori latini come Virgilio, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare sia in lingua latina. Uno dei suoi inni, dedicato alla figura di Maria Maddalena, fu inserito poi per l’uso nel breviario.

Studiò nel Collegio romano dal 1560 al 1563, e fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Iniziò successivamente a insegnare materie umanistiche sempre in scuole del suo ordine religioso, prima a Firenze e poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese, si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio del greco.

Nel 1567 iniziò a studiare in modo sistematico teologia a Padova, dove approfondì in particolare l’opera di san Tommaso d’Aquino. Dopo aver visitato Genova per un incontro di gesuiti, avendo dimostrato ottime qualità di predicatore, fu inviato nel 1569 da Francesco Borgia, preposito generale dell’ordine dei gesuiti, a Lovanio nelle Fiandre, allora facente parte dei Paesi Bassi spagnoli; qui aveva sede una delle migliori università cattoliche e il giovane Bellarmino vi completò gli studi teologici, trovando inoltre l’ambiente adatto per acquisire una notevole conoscenza sulle eresie più importanti del suo tempo.

L’opera come professore

Dopo l’ordinazione sacerdotale avvenuta a Gand il 25 marzo del 1570, vigilia di Pasqua, guadagnò notorietà sia come insegnante sia come predicatore; in quest’ultima veste era capace di attirare al suo pulpito sia cattolici sia protestanti, persino da altre aree geografiche. Gli fu conferito l’insegnamento della teologia a Lovanio nel 1570, e qui rimase per sei anni, fino al 1576, distinguendosi per l’eloquenza e per la capacità di controbattere le tesi calviniste, che si diffondevano ampiamente nei Paesi Bassi spagnoli.

Venne quindi richiamato a Roma da papa Gregorio XIII che gli affidò la cattedra di “controversie” (apologetica), da poco istituita nel Collegio romano, attività che svolse fino al 1587. Da poco tempo si era concluso il concilio di Trento e la Chiesa cattolica, attaccata dalla Riforma protestante aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. L’attività e le opere di Roberto Bellarmino si inserirono proprio in questo contesto storico della Controriforma. Gli studi che intraprese per applicarsi nell’insegnamento e nelle lezioni, confluirono successivamente nell’opera di più volumi le Controversie, che rappresenta il primo tentativo di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, ed ebbe risonanza in tutta Europa.

Nello scritto Bellarmino esponeva in modo chiaro le posizioni della Chiesa cattolica senza polemica nei confronti della Riforma, ma solo usando gli argomenti della ragione e della tradizione. Presso le chiese protestanti in Germania e in Inghilterra furono istituite specifiche cattedre d’insegnamento per tentare di fornire una replica razionale agli argomenti dell’ortodossia cattolica difesi da Bellarmino. L’opera è ritenuta la più completa nel campo apologetico, anche se l’avanzamento degli studi critici ha diminuito il valore di alcuni degli argomenti storici da lui presi in considerazione. La sua azione a difesa della fede cattolica, gli valse l’appellativo di “martello degli eretici”.

La missione in Francia e il malinteso con Sisto V

Nel 1588 Roberto Bellarmino fu nominato direttore spirituale del Collegio romano. In questo periodo collaborò intensamente con papa Sisto V nella riedizione di tutte le opere di Sant’Ambrogio. Nel 1590 fece parte della legazione, guidata dal cardinal legato Enrico Caetani, che papa Sisto V aveva inviato in Francia per difendere la Chiesa cattolica nelle difficoltà scaturite dalla guerra civile tra cattolici e ugonotti, subito dopo l’assassinio del re Enrico III di Francia. Mentre si trovava in Francia fu raggiunto dalla notizia che Sisto V, che aveva in precedenza calorosamente accettato la dedica della sua opera Le controversie, stava ora per proporre di inserirne il primo volume nell’Indice dei libri proibiti, in quanto vi si riconosceva alla Santa Sede un potere indiretto e non diretto sulle realtà temporali: la condanna dell’opera fu evitata in seguito all’improvvisa morte del papa a causa di un’epidemia che dopo pochi giorni di pontificato colpì anche il suo successore, papa Urbano VII. Il nuovo papa, Gregorio XIV, concesse invece all’opera una speciale approvazione pontificia.

Il ritorno alla cattedra e la revisione della Vulgata

Quando la missione del cardinale Enrico Caetani era oramai al termine, Bellarmino riprese nuovamente il suo lavoro come insegnante e padre spirituale. Guidò negli ultimi anni della sua vita san Luigi Gonzaga, che morì appena ventitreenne al Collegio romano nel 1591 dopo essere stato contagiato da un uomo appestato che era stato abbandonato per strada. Bellarmino assistette il giovane fino al trapasso e negli anni successivi ne promosse il processo di beatificazione presso la Santa Sede e volle la sua tomba vicina a quella del santo.

In questo periodo fece parte della commissione finale per la revisione del testo della Vulgata, richiesta dal concilio di Trento per controbattere le tesi protestanti. Dopo il concilio i papi avevano portato l’opera quasi a realizzazione completa. Papa Sisto V, non dotato di competenze specifiche in materia biblica, aveva tuttavia introdotto delle modifiche con evidenti errori e per accelerare i tempi aveva comunque fatto stampare questa edizione, che fu in parte anche distribuita, con il proposito di imporne l’uso con una sua bolla. Dopo la sua morte, tuttavia, prima della promulgazione ufficiale, i suoi immediati successori procedettero a togliere dalla circolazione l’edizione errata per sostituirla con una corretta.

Il problema consisteva nell’introdurre un’edizione più corretta senza però screditare il nome di Sisto V. Bellarmino propose che la nuova edizione dovesse portare sempre il nome di Sisto V, con una spiegazione introduttiva secondo la quale, a motivo di alcuni errori tipografici o di altro genere, lo stesso papa Sisto aveva deciso che l’opera dovesse essere emendata. La sua dichiarazione, dal momento che non c’era prova contraria, dovette essere considerata come risolutiva, tenendo conto di quanto serio e responsabile egli fosse stimato dai suoi contemporanei. In tal modo la nuova edizione corretta non poteva essere rifiutata in quanto non macchiava la reputazione dei membri della commissione preposta alla nuova stesura, i quali accolsero il suggerimento di Bellarmino. Lo stesso pontefice Clemente VIII, si trovò pienamente d’accordo con tale risoluzione, e concesse il suo “imprimatur” alla prefazione del Bellarmino nella nuova edizione.

Questa bozza, alla quale quella del Bellarmino fu preferita, è tuttora esistente, allegata alla copia dell’edizione Sistina in cui sono segnate le correzioni della Clementina, e può essere consultata nella Biblioteca Angelica di Roma.

La nomina a cardinale

Nel 1592 Bellarmino divenne rettore del Collegio romano, incarico che svolse per circa due anni fino al 1594. Nel 1595 divenne preposito dell’ordine gesuita per la provincia di Napoli. Nel 1597 papa Clemente VIII lo richiamò a Roma, dopo la morte nel settembre 1596 del suo consultore teologo pontificio, il cardinale gesuita Francisco de Toledo Herrera. Bellarmino fu allora nominato consultore teologo, oltre che “esaminatore per la nomina dei vescovi”, “consultore del Sant’Uffizio” e teologo della sacra penitenzieria. Sempre nel 1597 dopo la morte senza eredi del duca Alfonso II d’Este, lo Stato della Chiesa rientrò in possesso dei territori del ducato di Ferrara e Bellarmino accompagnò il papa in visita nel nuovo territorio.

Nel concistoro del 3 marzo 1599 il papa lo fece cardinale presbitero e il 17 marzo gli consegnò la berretta rossa con il titolo di Santa Maria in Via, indicando la motivazione di questa nomina con le parole: La Chiesa di Dio non ha un soggetto di pari valore nell’ambito della scienza. Si racconta che Bellarmino tentò in tutti i modi di far cambiare idea al papa, non volendo ricevere questa carica, ma il pontefice alla fine glielo impose con la superiore autorità. Negli anni successivi Bellarmino fu bonariamente descritto come “il gesuita vestito di rosso”, in relazione all’abito cardinalizio che contrastava con la tonaca nera dei gesuiti. Nonostante questa nomina, egli non cambiò il suo austero e sobrio stile di vita, e tutte le sue rendite e gli introiti economici conseguenti alla sua nomina e alle sue attività furono massimamente devolute per i poveri. Il papa lo nominò il 18 marzo 1602 arcivescovo metropolita di Capua, sede resasi proprio allora vacante. Clemente stesso volle consacrarlo con le sue mani, un onore che abitualmente i papi concedevano come segno di stima speciale. Durante il suo ministero episcopale a Capua si distinse per santità e dottrina. Appena arrivato in diocesi volle conoscere le famiglie più povere, che visitava e sosteneva regolarmente. Celebrò diversi sinodi diocesani. A lui si deve la fondazione del seminario di Capua, uno dei primi dopo la riforma tridentina. Visitava molto spesso le parrocchie e per i parroci scrisse un catechismo che fosse loro di aiuto per la catechesi e la predicazione. Roberto Bellarmino “era amato dal popolo e lui, da parte sua amava il popolo”. La Chiesa di Capua entrò nel suo cuore e non la dimenticò più. Quando fu richiamato a Roma non fu facile per lui lasciare questa arcidiocesi, tanto che ebbe a dire: “La mia patria è Capua, la mia casa la sua cattedrale, la mia famiglia il suo popolo”. Il cardinale Bellarmino ricorderà per sempre la comunità che ha guidato come successore degli Apostoli e per la quale fu consacrato vescovo. Persino poco prima di morire dirà che a Capua avrebbe fatto ancora molto più bene rispetto a ciò che aveva realizzato a Roma.

Nel marzo del 1605 Clemente VIII morì e gli succedettero prima Leone XI, che regnò per solo ventisei giorni, e poi Paolo V. Nel primo e nel secondo conclave, ma soprattutto in quest’ultimo, il nome di Roberto Bellarmino fu spesso dinanzi alle intenzioni degli elettori, specialmente a motivo delle afflizioni subite, ma il fatto che fosse un gesuita costituì un impedimento secondo il giudizio di molti cardinali.

Racconta Ludwig Von Pastor, storico vaticanista, che nei primi giorni del secondo conclave del 1605 un gruppo di cardinali tra i quali Baronio, Sfondrati, Aquaviva, Farnese, Sforza e Piatti, si adoperarono per far eleggere il cardinale gesuita Bellarmino, ma che questi fosse contrario, tanto che saputo della sua candidatura rispose che avrebbe volentieri rinunciato anche al titolo cardinalizio. Il suo appoggio durante il conclave sembra fosse rivolto verso il cardinal Baronio. Il nuovo papa Paolo V, eletto con l’accordo delle maggiori potenze cattoliche, insistette nel tenerlo con sé a Roma, e il cardinale chiese di essere dunque esonerato dal ministero episcopale a Capua. Fu nominato membro del Sant’Uffizio e di altre congregazioni, e successivamente consigliere principale della Santa Sede nel settore teologico della sua amministrazione.

Il caso Giordano Bruno

Il caso di Giordano Bruno, filosofo e frate domenicano condannato al rogo per eresia, storicamente si inquadra nella dura reazione controriformista alla messa in discussione dei temi della fede religiosa cristiana iniziata alcuni decenni prima dalla riforma protestante. Il frate domenicano, condannato per le sue idee anche dalla chiesa luterana e da quella calvinista, con i suoi scritti si era fatto promotore di nuove idee religiose e filosofiche che lo ponevano in contrasto con quelle della Chiesa, di cui era membro. L’istruzione dell’inchiesta, il processo, che ebbe luogo nel 1593, e la sentenza di condanna al rogo fu emessa nel 1600. La vicenda coinvolse Bellarmino dal 1597, da quando cioè fu nominato consultore del Sant’Uffizio. Il Bellarmino ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano, durante i quali tentò di fargli abiurare le molte tesi considerate eretiche, nel probabile tentativo di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell’ammettere l’ereticità delle proprie posizioni. Benché gli inquisitori volessero ricorrere, come extrema ratio, alla tortura, papa Clemente VIII si oppose fermamente.

Durante il processo la Congregazione fece esaminare da Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche. Il 24 agosto 1599 il Bellarmino riferì alla Congregazione che Giordano Bruno aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni e sulle altre due la sua posizione non era chiara: «videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma Giordano Bruno mantenne il suo pensiero. A condanna pronunciata, al condannato fu concesso ancora un qualche compromesso per evitare la morte, ma Giordano Bruno non rinnegò le sue idee e preferì affrontare il rogo, che ebbe luogo a Roma in Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600.

Il caso Galileo Galilei

Galilei subì un solo processo presso il Santo Uffizio, nel 1633 (precedentemente nel 1616 era stato ammonito verbalmente di non discutere o insegnare le teorie di Copernico). Il processo ebbe luogo fondamentalmente poiché la teoria eliocentrica era considerata eretica dai teologi. Infatti, sostenendo che il Sole fosse fisso al centro dell’universo si smentivano alcune frasi contenute nella Bibbia, per esempio “Dio fermò il sole” (Giosuè 10,12), o alcune teorie sostenute dalla Chiesa secondo cui la terra è immobile al centro dell’universo. La dottrina prevalente in quel tempo era infatti che l’infallibilità della Bibbia fosse letterale, non solo simbolica. Bellarmino fu coinvolto nella questione copernicana fino all’ammonimento del 1616, poiché, al tempo del processo del 1632-33, quando Galilei fu condannato al carcere, era già defunto. I documenti oggi in nostro possesso mostrano che il cardinale Bellarmino ebbe rapporti cordiali, se non amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari sia diretti, anche dopo la denuncia di Tommaso Caccini davanti al Sant’Uffizio nel 1615.

Durante la prima inchiesta su Galilei, nell’anno 1616, il Santo Uffizio prese in esame la teoria eliocentrica e ascoltò Galilei, che si presentò a Roma ed ebbe colloqui diretti anche con il papa Paolo V. Questi, sempre in relazione alla frase contenuta in Giosuè, 10, 12, invitò il Bellarmino a dissuadere Galilei dall’insegnare le due tesi principali sull’eliocentrismo. Il Santo Uffizio nel marzo 1616 condannò la teoria copernicana come falsa e formalmente eretica, inserendola nell’Indice dei libri proibiti.

Il Bellarmino aveva espresso una posizione aperta nei confronti dello scienziato, pur senza rinnegare i pronunciamenti del Santo Uffizio, in particolare non ammettendo eccezioni all’inerranza della Bibbia, nemmeno nel senso letterale. Tale posizione fu espressa in una lettera inviata il 12 aprile 1615 a padre Paolo Antonio Foscarini, cattolico sostenitore dell’eliocentrismo e amico di Galilei, nella quale il Bellarmino sosteneva di non poter escludere a priori l’attendibilità della teoria eliocentrica, ma consigliava prudenza, suggerendo di proporla come descrizione fisica solo dopo che se ne avesse avuta la prova concreta e definitiva. Inoltre poco dopo la condanna dell’eliocentrismo presso il Santo Uffizio del 1616, Galilei chiese e ottenne un colloquio privato col Bellarmino. Il 24 maggio 1616 Bellarmino firmò su richiesta dello stesso Galilei una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice, a riprova del fatto che non c’era stato alcun processo contro di lui. Questa dichiarazione fu poi falsificata da un grande nemico di Galilei, padre Seguri, che divulgò un verbale apocrifo in cui Bellarmino ammoniva Galilei, pena il carcere, di non insistere nella difesa della tesi eliocentrica. Questo falso documento fu poi utilizzato anni dopo nel processo contro Galilei, quando Bellarmino, ormai morto, non poteva più smentire tale verbale.

Il giuramento di fedeltà richiesto ai cattolici inglesi

Contemporaneamente altre dispute riguardarono il giuramento di fedeltà imposto ai cattolici inglesi dal re Giacomo I nel 1606: il giuramento condannava come “empio ed eretico” l’insegnamento cattolico sul “potere di deporre” un sovrano, che la Santa Sede rivendicava. In questo contesto il cardinale Bellarmino scrisse una lettera all’arciprete inglese Blackwell, rimproverandolo per aver prestato il giuramento in spregio dei suoi doveri nei confronti del papa.

La morte e il culto

Negli ultimi anni Bellarmino dedicò molto del suo tempo alla preghiera e ai digiuni, nonostante una salute piuttosto precaria. Continuò a fare molte elemosine ai poveri, ai quali lasciò praticamente tutti i suoi averi, tanto che fu sempre molto amato dai romani; contribuì a far concedere l’approvazione pontificia alla fondazione del nuovo Ordine della Visitazione di Santa Maria di Francesco di Sales; si impegnò per la beatificazione di Filippo Neri e portò a termine la stesura di un “grande catechismo” e di un “piccolo catechismo”; quest’ultimo in particolare ebbe notevole successo e fu ampiamente utilizzato fino a tutto il XIX secolo; infine compose un piccolo e anch’esso famoso testo De arte bene moriendi oltre che una sua Autobiografia.

Un episodio importante lo vide protagonista il 29 maggio 1608 durante un Concistoro presieduto da papa Paolo V in onore di Francesca Bussi dei Ponziani la famosa Santa Francesca Romana, dove Roberto Bellarmino espose un elogio alla religiosa che convinse la maggior parte dei partecipanti a chiudere definitivamente il processo di beatificazione che era in stallo da quasi due secoli. Fu la prima donna beatificata dopo Caterina da Siena nel 1461. Il cardinale Bellarmino fu nominato Camerlengo del Sacro Collegio dal 9 gennaio 1617 all’8 gennaio 1618; successivamente fu Prefetto della Congregazione dei riti e poi della Congregazione dell’Indice.

Egli visse ancora per assistere a un altro conclave, quello che elesse Gregorio XV nel febbraio 1621. La sua salute stava rapidamente declinando e nell’estate dello stesso anno gli fu permesso di ritirarsi a Sant’Andrea al Quirinale, sede del noviziato dei gesuiti, per prepararsi al trapasso. Qui spirò il 17 settembre 1621 tra le ore 6 e le 7 del mattino. Alla sua morte il suo corpo fu deposto nella cripta della casa professa, la Chiesa del Gesù a Roma e dopo circa un anno fu posto nel sepolcro che aveva ospitato il corpo di sant’Ignazio di Loyola. Di lui disse Francesco di Sales che era “fontana inesauribile di dottrina”. È patrono, insieme a santo Stefano protomartire, dell’arcidiocesi di Capua.

Poco dopo la sua morte, la Compagnia di Gesù ne propose la beatificazione che ebbe effettivamente inizio nel 1627 durante il pontificato di Urbano VIII, quando gli fu conferito il titolo di venerabile.

Il motivo fu in parte legato al carattere influente di alcuni prelati che espressero parere negativo, e in particolare il cardinale e santo Gregorio Barbarigo, il cardinale domenicano e tomista Girolamo Casanate, il famoso cardinale Decio Azzolino juniore nel 1675; il potente cardinale Domenico Silvio Passionei nel 1752; quest’ultimo in particolare in frequente contrasto con i gesuiti e vicino alle tesi gianseniste opposte alla tesi molinista della grazia efficace. Comunque secondo molti storici, la causa principale nella dilazione della beatificazione fu il parere negativo circa l’opportunità politica internazionale, dal momento che il nome del cardinale Bellarmino era strettamente associato a una visione dell’autorità pontificia in netto contrasto con i politici regalisti della corte di Francia dei secoli XVIII e XIX. Il 22 dicembre 1920 papa Benedetto XV riassumendo l’iter per la sua beatificazione, promulgò il decreto dell’eroicità delle sue virtù; poi il 13 maggio 1923, durante il pontificato di papa Pio XI, fu celebrata la sua beatificazione e dopo sette anni, il 29 giugno 1930 fu canonizzato. Più breve è stato quindi il processo di canonizzazione e ancora più rapida la nomina a Dottore della Chiesa, conferitagli il 17 settembre 1931 sempre da parte di Pio XI. La sua festa liturgica è il 17 settembre, giorno del suo trapasso, mentre nella messa tridentina è il 13 maggio, giorno della sua beatificazione; è patrono della Pontificia Università Gregoriana, dove è comunque commemorato il 13 maggio, dei catechisti, degli avvocati canonisti, dell’arcidiocesi della città di Cincinnati negli USA.

Dal 21 giugno 1923 il suo corpo è esposto nella terza cappella di destra della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma, chiesa del Collegio Romano che conserva le reliquie di altri santi gesuiti tra cui san Luigi Gonzaga. Le ossa dello scheletro sono state ricomposte e unite con fili d’argento e rivestite con l’abito cardinalizio mentre il volto e le mani sono state ricoperte d’argento; così appare sotto l’altare a lui dedicato. A lui è intitolato il “Collegio Bellarmino” sito nel Palazzo Gabrielli-Borromeo a Roma in via del Seminario, di antica storia e appartenente ai gesuiti. Qui risiedono i giovani gesuiti che frequentano i corsi della Pontificia Università Gregoriana e di altre pontificie università a Roma.

Filosofia politica

Nel suo scritto De laicis Bellarmino esprime alcuni principi che sono alla base delle istituzioni politiche moderne, come l’uguaglianza (“tutti gli uomini sono uguali”; cap. 7) o la sovranità popolare (cap. 6). Furono inseriti nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America da Thomas Jefferson, che possedeva e aveva annotato un libro in cui erano riportate e contestate le affermazioni di Bellarmino (notizie parzialmente estrapolate dal sito Wikipedia).

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