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POSTE ITALIANE 94^ e 95^ EMISSIONE DEL 15 dicembre 2020 di due francobolli dedicati alla macchina per scrivere portatile Olivetti Lettera 22, nel 70° anniversario di produzione e ad Adriano Olivetti, nel 60° anniversario della scomparsa

Il Ministero dello Sviluppo con le Poste Italiane emette il 15 dicembre 2020 due francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica “le Eccellenze del sistema produttivo ed economico” dedicati alla macchina per scrivere portatile Olivetti Lettera 22, nel 70° anniversario di produzione e ad Adriano Olivetti, nel 60° anniversario della scomparsa relativi al valore della tariffa B, entrambi corrispondenti €1.10.

  • data: 15 dicembre 2020
  • dentellatura: 11
  • stampa: rotocalcografia
  • tipo di cartacarta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 300.000
  • dimensioni: 30 x 40 mm
  • valoreB = €1.10
  • bozzettista: a cura del Centro Filatelico della Direzione Operativa dell’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.
  • num. catalogoMichel______ YT _______ UNIF ________
  • La vignetta: riproduce, un particolare di un manifesto pubblicitario d’epoca realizzato nel 1953 dal designer statunitense Paul Rand, raffigurante la celebre macchina per scrivere. Completano il francobollo la leggenda “OLIVETTI LETTERA 22” , la data “1950” la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.
  • data: 15 dicembre 2020
  • dentellatura: 11
  • stampa: rotocalcografia
  • tipo di cartacarta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 300.000
  • dimensioni: 30 x 40 mm
  • valoreB = €1.10
  • bozzettista: a cura del Centro Filatelico della Direzione Operativa dell’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.
  • num. catalogoMichel______ YT _______ UNIF ________
  • La vignetta: riproduce un ritratto fotografico di Adriano Olivetti. Completano il francobollo la leggenda “ADRIANO OLIVETTI” , la data “1901 – 1960” la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

N.B. – il manifesto d’epoca è riprodotto su gentile concessione dell’Associazione Archivio Storico Olivetti.
– la foto di Adriano Olivetti è riprodotta su gentile concessione della Fondazione Adriano Olivetti

Se sei interessato all’acquisto di questi francobolli li puoi acquistare al prezzo di € 1.50 cadauno inviandomi una richiesta alla mia email:[email protected]

OLIVETTI LETTERA 22

La Lettera 22 è una celebre macchina per scrivere meccanica portatile realizzata dalla Olivetti. Fu uno dei prodotti di maggior successo della Olivetti negli anni cinquanta, e ricevette premi sia in Italia (Premio Compasso d’oro 1954) sia all’estero (miglior prodotto di design del secolo secondo l’Illinois Institute of Technology nel 1959). Il Triennale Design Museum custodisce ben 6 modelli di lettera 22 in tre collezioni diverse compresa la collezione permanente, inoltre è esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York. Veniva prodotta nello stabilimento Olivetti di Agliè (Torino).

Storia

Fu disegnata nel 1950 dall’architetto e designer Marcello Nizzoli, collaboratore dell’azienda di Ivrea dal 1938, su progetto dell’ingegnere Giuseppe Beccio. La Lettera 22 sostituì il modello Olivetti MP1, uscito nel 1932 e progettato da Riccardo Levi, con design di Aldo Magnelli. La linea ideata da Nizzoli traeva spunto dal lavoro di ricerca a cui questi partecipò per la realizzazione della Olivetti Lexicon 80.

Caratteristiche

La tastiera è incorporata nella carrozzeria in alluminio, il rullo è incastrato senza nessuna emergenza, fatta eccezione per la manopola, rispetto al piano orizzontale della macchina; la leva dell’interlinea è emergente ma più compatta nel corpo della macchina rispetto alla Lexikon, per rispondere alle esigenze di trasportabilità e di limitato ingombro. La macchina per scrivere misura 8,3 × 29,8 × 32,4 cm e ciò la rendeva, nonostante il peso di circa 4 Kg, estremamente funzionale al trasporto per i canoni dell’epoca. L’unità della carrozzeria è ottenuta nonostante la divisione della scocca in due parti per consentire la pulizia dei martelletti, la sostituzione del nastro di scrittura e un più facile accesso agli altri dispositivi. Viene venduta accompagnata da una valigetta in cartone o similpelle con maniglia in modo da agevolarne il trasporto.

La lettera 22 è una macchina per scrivere con leve di scrittura a pressione. Ogni volta che viene premuto un tasto di scrittura il martelletto corrispondente, tramite il cinematico, va a battere sul nastro con inchiostro rosso o nero, dietro al quale sta il foglio di carta sul quale viene così impresso il simbolo corrispondente. Una piccola leva situata in alto a destra della tastiera può essere usata per controllare la posizione del nastro e selezionare la stampa in colore nero, rosso o senza inchiostro (in caso di copie con la carta carbone o per la preparazione di matrici a inchiostro per il ciclostile).

Il movimento del nastro, che si ha a ogni pressione, cambia direzione automaticamente quando il nastro è finito su entrambe le ruote. Due sensori meccanici, vicino a ogni ruota, si spostano quando il nastro si tende (ciò indica che sta finendo) e fissano la ruota giusta al meccanismo di trasporto del nastro staccando l’altra. La tastiera è del tipo QZERTY, come è solito delle macchine italiane (a parte le moderne tastiere per computer). Oltre ai tasti di scrittura la tastiera include una barra spaziatrice, due tasti delle maiuscole, un tasto fissamaiuscole, il tasto di ritorno e un tasto di tabulazione. Di questi solo il tasto di ritorno ha indicato un simbolo su di sé (una freccia rivolta a destra), mentre gli altri cinque citati vengono lasciati vuoti.

L’insieme dei tasti di scrittura ha un’evidente mancanza: non è presente il tasto col numero 1 che si ottiene utilizzando la lettera l (elle) minuscola oppure la I (i) maiuscola; allo stesso modo non è presente lo zero, che si ottiene digitando la O (o) maiuscola. Sebbene questo oggi possa sembrare strano, era invece piuttosto comune nelle vecchie macchine per scrivere. Mancano anche i tasti per le vocali accentate maiuscole usate nella scrittura della lingua italiana, e per accentare una vocale si batteva dopo di essa un apostrofo. Sono molte le personalità che hanno trovato nella Lettera 22 una compagna ideale per il proprio lavoro: tra di essi i giornalisti Cesare Marchi, Enzo Biagi ed Indro Montanelli ed il giudice Carlo Biotti (che non se ne separarono mai).

ADRIANO OLIVETTI

Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Aigle, 27 febbraio 1960) è stato un imprenditore, ingegnere e politico italiano, figlio di Camillo Olivetti (fondatore della Ing. C. Olivetti & C., la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere) e Luisa Revel e fratello degli industriali Massimo Olivetti e Dino Olivetti.

Uomo di grande e singolare rilievo nella storia italiana del secondo dopoguerra, si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità.

Biografia

Origini e formazione

Nacque sulla collina di Monte Navale, nelle vicinanze di Ivrea l’11 aprile del 1901, da Camillo, ebreo, e Luisa Revel, valdese. Non ricevette alcuna educazione religiosa (anche se era riuscito a procurarsi un certificato di battesimo valdese per sfuggire alle leggi razziali fasciste del 1938); solo nella maturità, in vista del secondo matrimonio, si convertì al cattolicesimo.

Diplomatosi presso la sezione fisico-matematica dell’Istituto tecnico di Cuneo, nell’aprile del 1918 si arruola volontario nel 4º reggimento Alpini. Terminato il servizio militare si iscrive al Politecnico di Torino e inizia a partecipare in maniera attiva al dibattito sociale e politico, collaborando alle riviste «L’azione riformista» e «Tempi Nuovi» di cui il padre è rispettivamente l’editore e il principale finanziatore, ed entrando in contatto con Piero Gobetti e Carlo Rosselli.

Adriano Olivetti ebbe un rapporto dialettico con il padre Camillo. Apparentemente visse la ribellione tipica dei figli “intelligenti” nel confronto dei padri altrettanto “intelligenti”. Si può comunque affermare che tra Adriano e Camillo Olivetti ci fu sempre identità di vedute nelle linee generali della politica e dell’idealità anche se, spesso e volentieri, Adriano ebbe modo di affermare anche in quel campo la propria autonomia e la propria statura intellettuale.

Camillo Olivetti fu un cauto interventista sopravvivendo in lui lo spirito risorgimentale. Adriano, in sintonia, dopo Caporetto si arruolò volontario pur non combattendo in quanto la guerra finì prima che potesse raggiungere il fronte. Adriano si laureò in ingegneria chimica presso il Politecnico di Torino, fu una ribellione a metà nei confronti del padre, che sicuramente l’avrebbe preferito ingegnere meccanico. A metà, perché le sue inclinazioni erano all’epoca più vicine alla cultura umanistica che non a quella scientifica.

Dal primo dopoguerra agli anni del consenso fascista

Nel 1919 collaborò con il padre alla redazione de L’Azione Riformista: è provato da numerosi riferimenti del padre, anche se non siamo in grado di riconoscere gli articoli scritti da Adriano Olivetti in quanto anonimi o firmati con uno pseudonimo. Quando nel 1920 Camillo decise di sospendere la pubblicazione di quel settimanale canavesano da lui ritenuto troppo provinciale e quindi privo di un’influenza reale nella politica, Adriano convinse il padre a cedere a lui “e a dei suoi giovani amici” quel foglio, che tuttavia non andrà oltre al 1920.

Sappiamo che collaborò anche con Tempi Nuovi il settimanale politico torinese che il padre promuoverà con Donato Bachi (che ne sarà il direttore) e altri progressisti. Con la svolta, prima critica, poi più marcatamente antifascista di quel giornale, ci fu anche la svolta politica di Adriano Olivetti, anche influenzato dall’ambiente culturale del Politecnico e dall’amicizia con la famiglia Levi. In particolare con Gino Levi suo compagno di corso.

Nel 1924 conseguì la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e, dopo un soggiorno di studio negli Stati Uniti insieme a Domenico Burzio (Direttore Tecnico della Olivetti), durante il quale poté aggiornarsi sulle pratiche di organizzazione aziendale, entrò nel 1926 nella fabbrica paterna ove, per volere di Camillo, fece le prime esperienze come operaio. Divenne direttore della Società Olivetti nel 1932, anno in cui lanciò la prima macchina da scrivere portatile chiamata MP1, e presidente nel 1938. Si oppose al regime fascista con momenti di militanza attiva; sappiamo però, dagli articoli su Tempi Nuovi, che la redazione, almeno fino al 1923, aveva avuto un rapporto di reciproca stima con il fascismo torinese di Mario Gioda, il quale, sia pur scomparso nel 1924, aveva lasciato numerosi seguaci nella federazione torinese. L’antifascismo di Adriano si era già espresso immediatamente dopo il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti nella manifestazione che promosse, insieme al padre, al teatro Giacosa di Ivrea nel 1924.

Partecipò con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e altri alla liberazione di Filippo Turati. Per concezione formativa era vicino al movimento politico “Giustizia e Libertà”. Con la famiglia Levi, Adriano fu tra i protagonisti della rocambolesca fuga: ospitato prima dai Levi nella loro casa di Torino, Turati raggiunse poi Ivrea. Fece tappa nella notte in casa di Giuseppe Pero, dirigente della Olivetti, per ripartire al mattino seguente in una macchina guidata da Adriano che raggiungerà Savona, dove li aspettava Sandro Pertini con cui l’esule si imbarcò per la Corsica per poi raggiungere la Francia e Parigi. Come abbia potuto Adriano Olivetti non essere coinvolto nell’inchiesta fascista che seguì alla fuga di Turati non è chiaro. Possiamo solo formulare due ipotesi: una, che riguarda la fortuna o la superficialità delle indagini; l’altra, (che può solo essere ipotizzata) riguardante protezioni che vennero dagli ambienti “giodiani” torinesi.

Dal 1931 la questura di Aosta (dalla quale l’imprenditore necessitava la certificazione di appartenenza alla razza ariana a causa delle origini del padre ebreo) definì il giovane Olivetti come sovversivo. Adriano Olivetti venne poi nominato Direttore generale e, parallelamente all’assunzione di responsabilità nella fabbrica di Ivrea, dimostrò maggiore prudenza nei confronti del regime. Quindi sposò Paola Levi, sorella di Gino, con rito civile. Paola, insofferente al provincialismo eporediese, lo convinse a trasferire casa a Milano; questa fu una delle svolte culturali per Adriano, perché nel capoluogo meneghino poté incontrare quell’intellighenzia che lo avvicinò in seguito all’architettura, l’urbanistica, la psicologia e la sociologia. Ebbe ancora problemi con il Regime quando il fratello di Gino e Paola Levi, Mario (che lavorava alla Olivetti), venne fermato alla frontiera con la Svizzera, essendo l’auto carica di manifestini di Giustizia e Libertà: riuscì a fuggire, ma la conseguenza fu che Gino Levi e il padre furono arrestati, rimanendo per circa due mesi nelle patrie galere.

Adriano in quel frangente si mobilitò e molto spese del suo per difendere il suocero e l’amico cognato. È quello il periodo in cui a Camillo Olivetti fu momentaneamente ritirato il passaporto. Tuttavia i rapporti con il fascismo migliorarono negli anni trenta. Sarà soprattutto l’incontro con gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, i quali erano la punta più avanzata di quel razionalismo in architettura che in un primo periodo venne sostenuto anche da Mussolini. I due architetti erano i corrispondenti italiani del grande Le Corbusier, il quale, pure lui, per un certo periodo fu estimatore di Mussolini in quegli anni che saranno definiti del consenso, tanto che Figini e Pollini aderirono al partito fascista.

Sicuramente Adriano da loro fu influenzato; essi saranno infatti gli architetti della nuova Olivetti e saranno anche, con Adriano, estensori del Piano per la provincia di Aosta (di cui Ivrea faceva parte in quegli anni). Non sappiamo con quanta convinzione, ma ad ogni modo è provato che Adriano Olivetti chiese e ottenne la tessera al PNF. Non solo, ma fu ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia dove l’industriale eporediese presentò il suo piano al Duce. Le sue affinità politiche del periodo furono con Giuseppe Bottai che nel fascismo sempre rappresentò una voce fuori dal coro. Prudente tanto da non farsi radiare come avvenne a Massimo Rocca, Bottai fu pur sempre uno spirito libero che rappresentò l’altra faccia del fascismo, quella meno totalitaria e folcloristica e più problematica. Queste qualità comunque non impedirono poi a Bottai di essere un convinto promulgatore del Manifesto della razza e uno tra i più fanatici sostenitori delle leggi razziali fasciste. Quello con il Regime fu un feeling di breve durata. In architettura i gusti di Mussolini cambiarono: dal razionalismo passò ad un’architettura di regime che intendeva riecheggiare i fasti della Roma Imperiale. In ogni caso, il piano della Valle d’Aosta ebbe ancora una mostra a Roma, i giornali ne parlarono, come dimostra una lettera che Camillo scrisse ad Adriano.

Poi fu il silenzio, con la guerra d’Africa prima, la guerra di Spagna e poi, il secondo conflitto mondiale, il consenso di Adriano Olivetti si affievolì fino a portarlo ad un aperto antifascismo. Badoglio lo accusò di esporre l’Italia in cattiva luce con gli USA. Durante gli anni della Guerra riparò in Svizzera da dove si mantenne in contatto con la Resistenza.

Dopoguerra e impegno nel Movimento Comunità

Rientrato dal suo rifugio alla caduta del regime, riprese le redini dell’azienda. Alle sue capacità manageriali, che portarono la Olivetti ad essere la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per ufficio, unì un’instancabile sete di ricerca e di sperimentazione su come si potesse armonizzare lo sviluppo industriale con l’affermazione dei diritti umani e con la democrazia partecipativa, dentro e fuori la fabbrica.

Nel 1945 Olivetti pubblicò L’ordine politico delle Comunità che va considerato la base teorica per un’idea federalista dello Stato che, nella sua visione, si fondava appunto sulle comunità, vale a dire unità territoriali culturalmente omogenee e economicamente autonome. Divenne un sostenitore del federalismo europeo dopo aver conosciuto Altiero Spinelli durante l’esilio in Svizzera, iniziato da Olivetti nel 1944 a causa della sua attività antifascista.

Nel 1949 Olivetti si convertì al cattolicesimo «per la convinzione della sua superiore teologia». Verso la fine degli anni Quaranta fu per un certo periodo in analisi con Ernst Bernhard.

Le idee sostenute in L’ordine politico delle comunità supporteranno il Movimento Comunità, da lui fondato nella città di Torino nel 1948. Nel 1950 espose la sua visione del primato in campo politico dell’Urbanistica e della Pianificazione. Sotto l’impulso delle fortune aziendali e dei suoi ideali comunitari, Ivrea negli anni cinquanta raggruppò una quantità straordinaria di intellettuali che operavano (chi in azienda chi all’interno del Movimento Comunità) in differenti campi disciplinari, inseguendo il progetto di una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica.

Il movimento, che tentava di unire sotto un’unica bandiera l’ala socialista con quella liberale (si vedano socialismo umanitario e libertario), assunse nell’Italia degli anni cinquanta una notevole importanza nel campo della cultura economica, sociale e politica. Scopo dell’iniziativa politica era creare un movimento socio-tecnocratico di una trentina di deputati in grado di costituire l’ago della bilancia fra il centro (egemonizzato dalla Democrazia Cristiana) e la sinistra (egemonizzata dal PCI). Negli anni cinquanta insieme a Guido Nadzo fu uno dei responsabili dell’Unrra-Casas, quando si cercò di operare, in modo organico, in termini urbanistici; divenne promotore di uno studio sociologico sui Sassi di Matera e della successiva realizzazione del borgo La Martella. Nel 1955 durante la seconda edizione del premio Compasso d’Oro ad Adriano Olivetti venne attribuito il primo “Gran Premio Nazionale”, prestigioso riconoscimento datogli per la sua influenza nell’industria e nel design italiano. Nel 1958 Olivetti fu eletto deputato come rappresentante di “Comunità”. La sua morte prematura sancì la fine del movimento.

Nel frattempo, Adriano si era risposato, nel 1950, con Grazia Galletti, dopo diversi anni dal divorzio con Paola. Allora, aveva già tre figli: Roberto (che gli succederà al vertice dell’azienda), Lidia e Anna; da Grazia avrà ancora una figlia, Laura. Nello stesso anno entrò a far parte del Consiglio direttivo dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, cui aveva aderito dieci anni prima; del resto, già nel 1937 aveva partecipato ad una serie di studi su un piano regolatore della Valle d’Aosta. L’urbanistica fu solo una delle tante passioni di Olivetti che si interessò anche di storia, filosofia, letteratura e arte. È al suo personale rifinanziamento che si deve la rinascita della rivista Urbanistica. Nel 1953 decise di aprire una fabbrica di macchine calcolatrici a Pozzuoli offrendo posti di lavoro con salari sopra le medie e assistenza alle famiglie degli operai: la produttività in questo stabilimento superò quella dei colleghi della fabbrica di Ivrea.

Nel 1956 fu eletto sindaco di Ivrea e due anni dopo ottenne due seggi in Parlamento candidandosi con il Movimento Comunità. Il suo voto fu rilevante per la fiducia al governo Fanfani. Nel 1957 la National Management Association di New York premiò l’attività di direzione d’azienda internazionale di Olivetti. Nel 1959 viene nominato presidente dell’Istituto UNRRA-Casas, a cui era affidata la gestione della ricostruzione post-bellica in Italia.

Morte

Alla ricerca di nuovi fondi presso banche svizzere per rilanciare la sua azienda, il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti prese alla stazione di Arona il treno che, attraversando il Passo del Sempione, avrebbe dovuto portarlo a Losanna. Dopo il confine svizzero, nei pressi di Aigle, fu colto da un’improvvisa emorragia cerebrale. I soccorsi furono inutili. Non fu eseguita l’autopsia, lasciando adito ad ipotesi di complotto a favore di lobby statunitensi. Come si scoprì, in seguito alla desecretazione di documenti della CIA, l’industriale fu oggetto d’indagini da parte della stessa agenzia di spionaggio statunitense. Quell’anno, in segno di lutto, la città di Ivrea annullò le festività dello storico Carnevale, decisione che raramente nella storia era stata presa.

Al momento del suo decesso, l’azienda, fondata dal padre e da lui per lungo tempo diretta, vantava una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero.

La concezione e l’organizzazione del lavoro

Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un’esperienza di fabbrica nuova e unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell’ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.

Anche all’interno della fabbrica l’ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti. L’azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l’imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità. Lo storico e filosofo della politica Danilo Campanella traccia una relazione tra personalismo e olivettismo, postulando che Olivetti fu un personalista economico, come Aldo Moro lo fu in politica. Per Campanella, Adriano Olivetti è stato il prosecutore della filosofia economica di Toniolo, immettendola però nel panorama imprenditoriale.

Adriano Olivetti credeva nell’idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L’idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo. Vi è il dubbio a tutto’oggi, se le sue idee abbiano preso spunto o ulteriore concretezza da quelle di Rudolf Steiner in merito all’organizzazione sociale. Ciò deriva dal fatto che vi sono dei riscontri in merito a suoi finanziamenti dei movimenti steineriani e della stampa antroposofica.

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