POSTE ITALIANE 72^ emissione del 10 novembre 2020 di un francobollo dedicato alla Basilica di Aquileia, emissione congiunta con la Città del Vaticano e il Sovrano Militare Ordine di Malta

POSTE ITALIANE 72^ emissione del 10 novembre 2020 di un francobollo dedicato alla Basilica di Aquileia, emissione congiunta con la Città del Vaticano e il Sovrano Militare Ordine di Malta

Il Ministero dello Sviluppo con le Poste Italiane emette il 10 novembre 2020 un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “il Patrimonio artistico e culturale italiano” dedicato alla Basilica di Aquileia, emissione congiunta con la Città del Vaticano e il Sovrano Militare Ordine di Malta relativo al valore della tariffa B, corrispondente ad € 1.10.

  • data: 10 novembre 2020
  • dentellatura: 13 x 13 ½
  • stampa: rotocalcografia
  • tipo di carta: in rotocalcografia, su carta patinata gommata,fluorescente non filigranata
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 300.000
  • dimensioni: 48 x 40 mm
  • valore: B = €1.10
  • bozzettista: Maria Carmela Perrini
  • Nota: la Basilica di Aquileia raffigurata è tratta da una foto di Enzo Andrian.
  • num. catalogo: Michel______ YT _______ UNIF 4096
  • La vignetta: raffigura una veduta laterale della Basilica di Aquileia, maestosa e solenne architettura romanico – gotica le cui radici storiche risalgono al IV secolo d.C. Completano il francobollo la leggenda “BASILICA DI AQUILEIA” la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

Se sei interessato all’acquisto di questo francobollo lo puoi acquistare al prezzo di € 1.50 inviandomi una richiesta alla email: [email protected]

La basilica patriarcale di Santa Maria Assunta è il principale edificio religioso di Aquileia (UD) e antica chiesa cattedrale del soppresso patriarcato di Aquileia.

Risalenti al IV secolo i resti più antichi, l’attuale basilica venne edificata nell’XI secolo e rimaneggiata nel secolo XIII. Sorge a lato della via Sacra, affacciando su piazza del Capitolo, assieme al battistero e all’imponente campanile.

Storia

Dalla fondazione all’VIII secolo

Una comunità di cristiani aderenti allo gnosticismo era presente in Aquileia nei primi secoli dell’era cristiana. La basilica fu edificata a partire dall’anno dell’Editto di Costantino (313) o comunque pochi anni dopo, dal vescovo Teodoro con il diretto appoggio dell’imperatore Costantino. Gli edifici di quella costruzione, noti come aule teodoriane e ancora visitabili nella navata dell’edificio attuale e sotto le fondamenta del campanile, poggiavano su edifici romani (probabilmente vasti granai romani che di certo sorgevano nell’area presso la basilica), di cui presumibilmente vennero riutilizzate le mura perimetrali.

L’accesso alla struttura avveniva da est e da qui si poteva accedere ai vari locali incluse varie piccole aule di servizio e lo spogliatoio dove i catecumeni si svestivano prima di ricevere il battesimo nell’adiacente battistero. Le due aule parallele erano orientate da ovest ad est ed erano entrambe di circa 37×20 m. Erano collegate tra loro da un vestibolo o aula trasversale di 29×13 m orientato da sud a nord. Entrambe le aule erano prive di abside, con sei colonne che sostenevano un soffitto a cassettoni riccamente decorato e una pavimentazione costituita da uno straordinario complesso musivo a mosaico a tessere bianche. Una delle due aule (quella a nord o quella a sud) costituiva la chiesa vera e propria, mentre l’altra era un luogo in cui i battezzati ricevevano l’istruzione cristiana e si preparavano all’ingresso nella comunità. Il vestibolo fungeva da consignatorio, ovvero luogo in cui i battezzati ricevevano la cresima.

La successiva fase costruttiva della basilica risale alla metà del IV secolo, al tempo del vescovo Fortunaziano, con l’ampliamento dell’aula nord (73×31 m) e la creazione di un quadriportico antistante la facciata secondo uno schema riscontrabile nella contemporanea antica basilica di San Pietro a Roma e anche nel contemporaneo complesso di Treviri). La grande basilica, divisa in tre navate da ventotto colonne e ancora priva di abside, era collegata, attraverso il battistero, al catecumeneo della vecchia basilica teodoriana (aula sud).

Al vescovo Cromazio (388-407) si deve invece l’ampliamento dell’aula sud sino a 65×29 m e la costruzione di nuovi edifici, incluso l’attuale battistero. In questi anni si colloca il periodo di massimo splendore del patriarcato di Aquileia (della stessa epoca è il grande complesso di Monastero, sede di una numerosa comunità monastica femminile). La grande prosperità degli anni successivi al concilio di Aquileia si interrompe bruscamente nel 452, quando gli Unni, guidati da Attila, devastano la città e ne massacrano la popolazione. La basilica nord, bruciata durante i saccheggi, non venne più ricostruita. I grandi cantieri cittadini vennero abbandonati e la popolazione cittadina si ridusse notevolmente.

Secondo alcuni studiosi l’ampliamento dell’aula sud, che secondo altri sarebbe stato promosso da Cromazio, risale invece agli anni successivi la distruzione di Aquileia operata da Attila, allorché la popolazione rimasta e privata dell’aula nord decise di edificare la grande aula sud, che quindi viene chiamata dagli studiosi “cromaziana sud” (388-407) o “post-attilana” (dopo il 452) a seconda delle ipotesi. Al di là del periodo di costruzione, l’aula era divisa in tre navate da ventotto colonne e ancora priva di abside. Era preceduta da un porticato e ancora davanti vi era un cortile che la collegava al battistero.

È certo un contatto tra la Chiesa di Aquileia antica e quella di Alessandria d’Egitto, questa fondata sull’evangelizzazione apostolica e sul primo mandato episcopale affidato a Pietro e a Marco. I contatti, attraverso i traffici nel Mediterraneo, sono evidenti nell’impostazione teologica dei padri aquileiesi nell’ambito della controversia sull’eresia di Ario e soprattutto nella presenza del vescovo Atanasio di Alessandria, campione dell’ortodossia promossa dal concilio di Nicea e per questo motivo esiliato dalla sua Alessandria.

Dall’XI secolo ai nostri giorni

Solo nella prima metà del IX secolo, a partire dall’811 il patriarca Massenzio, grazie all’appoggio di Carlo Magno, inizia l’opera di ristrutturazione degli antichi edifici. Viene riutilizzata l’aula sud del vecchio complesso, con l’aggiunta di un breve transetto, di un’abside centrale semicircolare (anche se all’esterno è delimitata da mura quadrate), di due absidiole laterali, di un porticato più stretto e avanzato, e della cosiddetta chiesa dei Pagani tra la basilica ed il battistero. Viene anche costruita la cripta.

Nel 988 un terremoto causa ingenti danni, che porteranno il patriarca Poppone ad attuare, nella prima metà dell’XI secolo fino alla consacrazione del 1031, un radicale restauro del complesso in forme romaniche, ricche di influenze carolinge-ottoniane. Viene riedificata la facciata (che lasciò però al suo posto il portico di Massenzio di due secoli prima), alzati tutti i muri laterali, aggiunto un soffitto a capriate lignee, rifatto l’altare ed affrescata l’abside.

L’ampio programma edilizio di Poppone, segno del nuovo benessere economico cittadino, culmina con la costruzione del grande Palazzo patriarcale (oggi distrutto) e soprattutto di un imponente campanile alto oltre 70 metri che domina sulla campagna friulana (realizzato in opera quadrata, con i massicci blocchi marmorei dell’antico anfiteatro) ispirato, si dice, al celebre faro di Alessandria e modello per moltissime torri campanarie successive.

Nella seconda metà del XII secolo il patriarca Ulrico di Treffen fa affrescare la cripta come la vediamo ancora oggi (intervento che alcuni studiosi anticipano invece al tempo di Poppone).

Un nuovo terremoto, nel 1348, spinge il patriarca Marquardo di Randeck a realizzare nuovi restauri e a sostituire gli archi a tutto sesto della navata centrale con archi a sesto acuto

L’ultimo grande intervento risale al Cinquecento, quando artigiani e carpentieri veneziani furono chiamati a realizzare il grandioso soffitto ligneo che tuttora si può osservare.

Interno

Sulla sinistra, vicino all’ingresso della basilica è presente il Santo Sepolcro, struttura dell’XI secolo che riproduce il Santo Sepolcro di Gerusalemme, come descritto dalle antiche cronache medievali. La struttura era utilizzata durante la liturgia della Settimana Santa.

Mosaici

Il mosaico si estende per più di 760 m² e ancora oggi è il più antico mosaico cristiano e soprattutto il più grande in Occidente.

Le raffigurazioni principali del pavimento possono essere suddivise in quattro campate, partendo dall’entrata.

Nella prima compaiono vari ritratti di donatori, nodi ad ellissi incrociate detti di Salomone ed animali, nonché l’inserzione più tarda di un pannello con la lotta tra il gallo e la tartaruga, contesa simbolica tra il bene ed il male, presente anche nella Cripta degli scavi.

Nella seconda campata sono di particolare interesse i ritratti sia maschili che femminili racchiusi in medaglioni clipeati, tra i quali vi sono anche le raffigurazioni delle stagioni. In questi ritratti assume un valore specifico la linea in tessere nere, che accentua appositamente colori e lineamenti, ed il contrasto delle tinte usate nei volti e nelle vesti. Secondo alcuni studiosi è possibile che nei principali ritratti siano da riconoscersi le effigi dell’imperatore Costantino e di altri membri della famiglia imperiale, tra cui la madre Elena e, tra i giovani, i quattro figli di Costantino stesso. L’Imperatore romano giunse più volte ad Aquileia tra il 313 ed il 333 d.C.; di conseguenza, la città ottenne benefici e generosi finanziamenti. Sempre nella seconda campata è rappresentato Gesù come Buon Pastore in un atteggiamento mediato dalla classicità pagana, con la pecora sulle spalle, esattamente come il dio Mercurio del mondo greco-romano. Intorno, in riquadri ottagonali, vi sono pesci, un cervo, una gazzella, vari uccelli posti su rami e cicogne.

Nella terza campata, dove a suo tempo si trovava l’altare, nel riquadro centrale si vede la scena allegorica di Vittoria alata con corona e palma. Il significato è di notevole importanza per la primitiva chiesa cristiana, che usciva vincitrice e di fatto diventava, dopo l’editto di Costantino, la principale religione dell’Impero romano.

Infine la quarta campata, che conclude il ciclo delle raffigurazioni, è costituita da un unico mirabile tappeto musivo, che rappresenta un mare pescoso, con la storia di Giona, profeta ebraico, inviato da Dio per predicare nella città di Ninive in Mesopotamia. Giona si era opposto ed era fuggito su una nave di Fenici; gettato in mare dai marinai e poi inghiottito da un mostro marino, venne poi sputato dallo stesso mostro sui lidi della Palestina. La vicenda di Giona è un motivo ricorrente nell’arte paleocristiana, perché strettamente connesso con la risurrezione dei morti. Le immagini più interessanti sono:

  • Giona con le braccia alzate in atto di preghiera invoca Dio per salvare la nave e l’equipaggio dalla tempesta;
  • Giona tra le fauci del mostro marino, qui raffigurato come pistrice, animale fantastico della mitologia greco-romana;
  • Giona viene sputato dal mostro;
  • Giona si riposa sotto un pergolato di viticci di zucca.

Tutto intorno, tra linee che indicano le onde marine, svariati pesci, polipi, molluschi ed anche anatre.

Quasi al centro del tappeto marino si vede l’epigrafe riferita al vescovo Teodoro, posta a compimento del mosaico, dopo la scomparsa di Teodoro stesso. Sull’epigrafe si può leggere:

«O Teodoro felice, con l’aiuto di Dio onnipotente e del gregge a te affidato dal cielo, hai fatto tutto sontuosamente e le hai dedicate gloriosamente“.»

Numerose altre immagini e allegorie cristiane sono presenti sui mosaici: il “pesce”, ichthys in greco, acronimo di Ἰησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ (Iesoùs Christòs Theoù Uiòs Sotèr, cioè “Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio”); la pesca; l’uva; gli uccelli; la lotta tra il gallo e la tartaruga. Il gallo, che canta all’alba al sorgere del sole, è ritenuto simbolo della luce di Cristo. La tartaruga è simbolo del male, del peccato a causa dell’etimologia del termine che è dal greco tartarukos, “abitante del Tartaro”. Su un mosaico raffigurante la lotta tra gallo e tartaruga sta in mezzo una colonnina sormontata dal premio per il vincitore. Sulla colonnina ci sono altri due simboli: l’infinito, che richiama la realtà del mistero divino, che non ha né inizio né fine; e tre C (CCC), simbolo del Mistero Trinitario, ma soprattutto della croce, lo strumento di vittoria dei cristiani: in greco il numero 300 (CCC) è indicato dalla lettera TAU (T), il cui significato relativo alla croce è abbastanza evidente nell’Apocalisse di Giovanni, dove gli appartenenti all’Agnello vengono segnati con una tau come pure nella letteratura dei Padri della Chiesa. Frequenti sono pure le raffigurazioni del già citato nodo di Salomone, simbolo di unione fra l’uomo e la sfera del divino.

Tra i mosaici della “cripta degli scavi” incontriamo immagini di difficile interpretazione. Numerosi studi sono stati compiuti, alcuni dei quali individuano legami con lo gnosticismo alessandrino, con il testo Pistis Sophia.  Tra i mosaici di questa cripta incontriamo un asino scalpitante che per alcuni è una raffigurazione del diavolo che si rifiuta di riconoscere Cristo, mentre per altri è una rappresentazione del cristiano che si è liberato dalle catene della schiavitù del peccato. Il capro che indossa i simboli della dignità episcopale probabilmente è un richiamo al ruolo della Chiesa e del vescovo che è “pastore dell’unico Pastore”. I polli sultani sono forse un richiamo alla bellezza della comunità dei discepoli di Cristo. Il nido di pernici potrebbe simboleggiare il Cristo che cova nello stesso nido della Chiesa ebrei e “gentili” . E misteriosa è l’aragosta (o l’astice) presente in questi mosaici.

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