M.I.S.E. 83^ EMISSIONE di un francobollo commemorativo di Luigi Einaudi, nel 60° anniversario della scomparsa

Il Ministero dello Sviluppo Economico, emette il 30 ottobre 2021, distribuito dalle Poste Italiane, un francobollo commemorativo di Luigi Einaudi, nel 60° anniversario della scomparsa, con indicazione tariffaria B, corrispondente da €1.10.

  • data: 30 ottobre 2021
  • dentellatura: 11
  • dimensioni francobollo: 30 x 40 mm
  • stampa: rotocalcografia
  • tipo di cartacarta bianca, patinata gommata, autoadesiva, non fluorescente
  • colori: tre
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 300.000
  • valoreB = €1.10
  • bozzettista Bozzetto a cura del Centro Filatelico della Direzione Operativa dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.
  • num. catalogo francobolloMichel__4361_ YT _______ UNIF __4204
  • Il francobollo: La vignetta riproduce un ritratto di Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica Italiana, affiancato, in basso a sinistra, dalla bandiera italiana. Completano il francobollo le leggende “Luigi Einaudi” e “1874-1961” la scritta “Italia” e l’indicazione tariffaria “B”. Nota: la fotografia che ritrae Luigi Einaudi è riprodotta su gentile concessione dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica.

Se sei interessato all’acquisto di questo francobollo lo puoi acquistare al prezzo di € 1,50 inviandomi una richiesta alla mia email: [email protected]

Luigi Numa Lorenzo Einaudi (Carrù, 24 marzo 1874 – Roma, 30 ottobre 1961) è stato un economista,  accademico, politico e  giornalista italiano, secondo presidente della Repubblica Italiana (il primo ad essere eletto dal Parlamento italiano). Fu membro dell’Assemblea Costituente. Intellettuale ed economista di fama mondiale, Luigi Einaudi è considerato uno dei padri della Repubblica Italiana. Ebbe tre figli, Giulio (che fondò la famosa casa editrice che porta il suo nome, la Giulio Einaudi Editore), Roberto e Mario, politico e docente universitario. Il nipote Ludovico, figlio di Giulio, è un famoso pianista e compositore.

Luigi Einaudi

Vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV Governo De Gasperi, tra il 1945 e il 1948 fu Governatore della Banca d’Italia. Dal 1948 al 1955 fu presidente della Repubblica Italiana. Come capo dello Stato ha conferito l’incarico a quattro presidenti del Consiglio: Alcide De Gasperi (1948-1953), Giuseppe Pella (1953-1954), Amintore Fanfani (1954) e Mario Scelba (1954-1955); ha nominato otto senatori a vita: nel 1949 Guido Castelnuovo e Arturo Toscanini (che rinunciò alla nomina), nel 1950 Pietro Canonica, Trilussa, Gaetano De Sanctis e Pasquale Jannaccone, infine nel 1952 Luigi Sturzo e Umberto Zanotti Bianco.

Non poté nominare alcun giudice della Corte costituzionale perché la Corte, pur prevista dalla Costituzione fin dal 1948, fu istituita solo nel 1956, un anno dopo la scadenza del suo mandato.

Biografia

Giovinezza ed educazione

Nasce a Carrù (in provincia di Cuneo) da Lorenzo, concessionario della riscossione delle imposte, e Placida Fracchia e viene registrato allo Stato Civile con i nomi di Luigi, Numa e Lorenzo. Rimasto orfano di padre nel 1888, si trasferisce a Dogliani, paese natale della madre.

Dopo aver studiato a Savona, viene mandato al Convitto nazionale Umberto I di Torino e si diploma al Liceo classico Cavour della stessa città con il massimo dei voti, per poi compiere gli studi universitari presso l’ateneo torinese, dove frequenta il Laboratorio di Economia Politica di Salvatore Cognetti de Martiis.

Attività politica

Nel periodo degli studi universitari, Einaudi si avvicina al movimento socialista e collabora con la rivista Critica sociale, diretta da Filippo Turati. La collaborazione con Critica sociale dura un decennio e si conclude con il distacco dai socialisti e il progressivo spostamento, a partire dai primi anni del Novecento, su posizioni sempre più apertamente liberiste. Nel 1895 ottiene la laurea in giurisprudenza. Copre la cattedra di Scienza delle finanze all’Università di Torino, l’incarico di Legislazione industriale ed Economica politica al Politecnico di Torino e l’incarico di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano.

Il 6 ottobre 1919 è nominato senatore del Regno su proposta di Francesco Saverio Nitti. Nel 1919, insieme a Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe, è tra i firmatari del manifesto del “Gruppo Nazionale Liberale” romano, che, insieme ad altri gruppi nazionalisti e di ex combattenti, forma l'”Alleanza Nazionale per le elezioni politiche”, il cui programma politico prevede la rivendicazione di uno «Stato forte», anche se provvisto di larghe autonomie regionali e comunali, capace di combattere la metastasi burocratica, i protezionismi, il radicalismo democratico, rivelatosi «inetto a tutelare i supremi interessi della Nazione, incapace di cogliere e tanto meno interpretare i sentimenti più schietti e nobili». Europeista ante litteram, nel 1920 raccoglie alcuni suoi articoli pubblicati sul Corriere della Sera, in cui prospettava e auspicava un’Europa federata, nel volume “Lettere di Junius”.

La ripresa della politica protezionista da parte del quinto governo Giolitti (D.L. 9 giugno 1921 sulla tariffa doganale) avvicina Einaudi al programma economico e finanziario del fascismo, più classicamente liberale, di cui era interprete Alberto De Stefani, che poi diverrà ministro delle Finanze nel governo Mussolini. Una volta in carica, infatti, De Stefani provvide subito alla restituzione all’esercizio privato di tutte le funzioni economiche assunte dallo Stato durante la guerra, l’affidamento dei telefoni a compagnie private e la riduzione al minimo dei servizi marittimi sovvenzionati, in linea con i principi liberali di Einaudi.

Alla condivisione per la politica economica di De Stefani, tuttavia, corrisponde, da parte di Einaudi, una sempre maggior diffidenza per i progetti di riforma costituzionale di Mussolini. A partire, infatti, dalla proposizione e dall’approvazione in Parlamento della legge elettorale maggioritaria e, soprattutto, dopo il delitto Matteotti, Einaudi si colloca politicamente a difesa dello Stato liberale pre-fascista.

Con l’avvento della dittatura fascista è costretto a limitare la sua attività accademica e ad interrompere quella politica. Nel novembre del 1924 aderisce all’Unione Nazionale di Giovanni Amendola e, nel 1925, è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce. Alla fine dello stesso anno si dimette da collaboratore del Corriere della Sera, già fascistizzato, a seguito dell’allontanamento di Luigi Albertini. L’anno dopo, ormai inviso al regime, viene estromesso dall’insegnamento all’Università Bocconi e al Politecnico di Torino. Nel 1931 è convinto da Benedetto Croce a mantenere almeno la cattedra universitaria della facoltà di giurisprudenza di Torino, nonostante l’obbligo di prestare giuramento di fedeltà al fascismo “per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Einaudi giura, onde evitare che il suo posto sia occupato da un professore fascista.

Al Senato fa parte dei 46 senatori che votano contro la legge elettorale che sancisce la lista unica formata dal Gran consiglio del fascismo (1928); non partecipa alla votazione per la ratifica dei Patti Lateranensi e vota contro l’ordine del giorno favorevole alla Guerra d’Etiopia e contro le leggi razziali del 1938.

Poco dopo la caduta del fascismo, il 31 agosto 1943 viene nominato rettore dell’Università di Torino; torna a collaborare con il Corriere della Sera. Dopo l’8 settembre (e la conseguente invasione dell’Italia da parte dei nazisti) si rifugia in Svizzera, dove scrive le Lezioni di politica sociale e si tiene in corrispondenza con molti intellettuali antifascisti, tra i quali Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, autori del «Manifesto di Ventotene». Aderisce al Movimento Federalista Europeo, fondato da questi ultimi, e scrive, per l’MRP, I problemi economici della federazione europea (Lugano, 1944). Rientra in Italia il 9 dicembre 1944; in questo periodo redige una serie di articoli economici e politici per il Risorgimento Liberale.

Nominato Governatore della Banca d’Italia, ricopre l’incarico dal 5 gennaio 1945 all’11 maggio 1948. Per la sua competenza nelle materie economiche, viene nominato componente della Consulta Nazionale dal 1945 al 1946. Il 24 maggio 1946, alla vigilia del referendum istituzionale, Luigi Einaudi dichiara pubblicamente la sua preferenza per la monarchia sul quotidiano L’Opinione, in un articolo a quattro colonne dal titolo Perché voterò per la monarchia.

Viene eletto deputato all’Assemblea Costituente nel 1946 come rappresentante dell’Unione Democratica Nazionale e dà un autorevole contributo ai lavori. È senatore di diritto del Senato della Repubblica nel 1948, ai sensi della terza disposizione transitoria della Costituzione. Nel IV Governo De Gasperi (1947-1948), Einaudi è vicepresidente del Consiglio dei ministri (conservando la carica di Governatore della Banca d’Italia) e prima Ministro delle Finanze e del Tesoro, poi, con lo scorporo di alcune funzioni dal Ministero del Tesoro e la creazione dei nuovi ministeri delle Finanze e del Bilancio, viene spostato al Ministero del Bilancio (1947).

La sua politica economica di quegli anni, caratterizzata da una diminuzione della tassazione interna e dei dazi doganali, pose le basi per il boom economico degli anni cinquanta e sessanta.

Presidenza della Repubblica

Per l’elezione del presidente della Repubblica nel 1948, il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi aveva candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza; la candidatura era appoggiata anche da una parte del fronte democratico-laico, ma incontrava la netta opposizione delle sinistre. Sebbene sulla carta disponesse della maggioranza dei votanti, Sforza non riuscì a ottenere il voto di tutti i parlamentari democristiani: contraria era in particolare la corrente di sinistra guidata da Giuseppe Dossetti, storico fondatore del movimento che, appunto da lui, prese il nome di “dossettismo”.

Dopo i primi due scrutini, la dirigenza democristiana prese atto delle difficoltà incontrate dal ministro repubblicano e decise di candidare Einaudi. La nuova candidatura incontrò anche la disponibilità dei liberali e dei socialdemocratici a sostenerla e lo statista piemontese fu eletto presidente della Repubblica l’11 maggio 1948, al quarto scrutinio, con 518 voti su 872 (59,4%).

Nel suo discorso di insediamento, Luigi Einaudi dichiarò che, pur essendosi espresso per la monarchia in occasione del referendum istituzionale, nel biennio costituente aveva dato al regime repubblicano “qualcosa di più di una mera adesione”, avendo constatato che il trapasso tra le due forme istituzionali era avvenuto in maniera perfettamente legale e pacifica, dimostrando che il popolo italiano fosse ormai maturo per la democrazia. Proseguì inoltre ribadendo il suo impegno, appena stretto con il giuramento di rito, a farsi tutore della più scrupolosa osservanza di tutte le istituzioni alla Costituzione della Repubblica.

Luigi Einaudi inaugurò l’esercizio del potere del presidente della Repubblica di rinvio delle leggi alle Camere per riesame (art. 74 della Costituzione) e lo fece quattro volte. Le prime due volte il 9 aprile 1949, per mancata indicazione dei mezzi di copertura finanziaria, ai sensi dell’art. 81 della Costituzione. La terza volta l’11 gennaio 1950, quando rinviò alle Camere la legge sull’immissione in ruolo degli incaricati di funzioni giurisdizionali, eccependo la violazione della norma costituzionale che prescrive l’obbligo del concorso pubblico per la nomina dei magistrati (art. 106 della Costituzione). In tal caso, il Parlamento riapprovò inalterato il testo legislativo e il Presidente, come da norma costituzionale, fu costretto a promulgarlo. Il quarto rinvio della Presidenza Einaudi fu molto più penetrante e fissò un margine di discrezionalità assai ampio che costituì un precedente importante per i suoi successori. Einaudi, infatti, nel novembre del 1953 rinviò alle Camere la normativa che prorogava gli effetti dei diritti e dei compensi dovuti al personale dei Ministeri delle Finanze, del Tesoro e della Corte dei Conti (cosiddetti “diritti casuali”), per motivi di mera opportunità. Dopo un dibattito acceso, il Parlamento preferì riformare il testo approvato, riordinando completamente l’intera materia.

Sino alla bocciatura parlamentare dell’ottavo governo De Gasperi (1953), Einaudi conferì sempre allo statista trentino l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri, attenendosi all’espressione della maggioranza parlamentare uscita dal voto elettorale.

Dopo le dimissioni di De Gasperi, conferì l’incarico ad Attilio Piccioni, che ne era considerato l’erede naturale, ma anche questi fallì. Einaudi, allora, il 17 agosto 1953, conferì l’incarico a Giuseppe Pella, economista e più volte ministro dei dicasteri economici, senza che quest’ultimo fosse stato indicato dal partito di maggioranza relativa. Fu il primo “governo del Presidente” della storia costituzionale italiana: un governo, cioè, senza maggioranza precostituita, diretto da un politico scelto a discrezione del Capo dello Stato, tra i suoi uomini di fiducia.

Pella accettò l’incarico “senza riserva” e si presentò alle Camere con un documento programmatico di carattere amministrativo e contingente che ottenne il voto favorevole dei parlamentari democristiani e del Partito Nazionale Monarchico e l’astensione di gran parte dei socialisti; una maggioranza, quindi, per la prima volta “trasversale” rispetto agli schieramenti politici che si erano contrapposti alle ultime elezioni politiche. Era tale l’importanza che Einaudi attribuiva al tema della scelta dei ministri che, finita l’esperienza Pella, ne fece comunque oggetto di una nota, oltre a ripeterne i contenuti nel suo libro sull’esperienza quirinalizia, Lo scrittoio del Presidente.

Allo scadere del mandato, alcuni settori del Parlamento propendevano per la rielezione dell’ottantunenne presidente uscente. Al primo scrutinio delle elezioni presidenziali del 1955, Einaudi ottenne ben 120 voti, provenienti da uno schieramento trasversale comprendente laici e destre. Al secondo scrutinio i voti scesero a 80, poi a 61, ma risalirono a 70 al quarto scrutinio, che decretò l’elezione di Giovanni Gronchi a suo successore. L’ex presidente della Repubblica tornò a sedere sui banchi del Senato come senatore di diritto, a norma della Costituzione.

Einaudi era cattolico. Si spense a Roma il 30 ottobre 1961 e la salma venne tumulata nel cimitero di Dogliani il 2 novembre 1961 (articolo parzialmente estrapolato dal sito wikipedia).

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