M.I.S.E. 72^ EMISSIONE 2022, del 25 Novembre, di un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “ il Senso civico” dedicato ai magistrati caduti nell’adempimento del dovere e nella lotta alla mafia e al terrorismo.

M.I.S.E. 72^ EMISSIONE 2022, del 25 Novembre, di un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “ il Senso civico” dedicato ai magistrati caduti nell’adempimento del dovere e nella lotta alla mafia e al terrorismo, dal valore indicato B, corrispondente ad €1.20.

  • data: 25 novembre 2022
  • dentellatura:  9 effettuata con fustellatura
  • dimensioni francobollo: 48 x 40 mm
  • stampa: in rotocalcografia
  • tipo di cartabianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura: 90 g/mq; supporto: carta bianca, Kraft monosiliconata da 80 g/mq; adesivo: tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco)
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 100.002
  • valoreB
  • colori: quadricromia
  • bozzettistaa cura del Centro Filatelico della Direzione Operativa dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.
  • num. catalogo francobolloMichel ______ YT _______ UNIF ________
  • Il francobollo: il francobollo, racchiuso al centro in un foglietto, riproduce, in primo piano, un’opera di Antonio Romano dal titolo “Rose spezzate”. Completano il francobollo la legenda “MAGISTRATI CADUTI NELL’ADEMPIMENTO DEL DOVERE E NELLA LOTTA ALLA MAFIA E AL TERRORISMO”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.
  • Il Foglietto: A sinistra e a destra del francobollo scorrono i nomi dei magistrati caduti nell’adempimento del dovere e nella lotta alla mafia e al terrorismo: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Paolo Borsellino, Bruno Caccia, Fedele Calvosa, Rocco Chinnici, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, Fernando Ciampi, Francesco Coco, Gaetano Costa, Luigi Daga, Giovanni Falcone, Francesco Ferlaino, Guido Galli, Alberto Giacomelli, Nicola Giacumbi, Antonino Giannola, Rosario Angelo Livatino, Girolamo Minervini, Francesca Morvillo, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma, Agostino Pianta, Antonino Saetta, Pietro Scaglione, Antonino Scopelliti, Girolamo Tartaglione, Cesare Terranova.
  • Dimensioni foglietto: 108 x 56 mm

Se sei interessato all’acquisto di questo francobollo lo puoi acquistare al prezzo di €1,80 ; basta inviare una richiesta alla email: [email protected]

(articolo parzialmente estrapolato da un articolo del CSM: https://www.csm.it/documents/21768/0/Nel+loro+segno/068e3eb2-ad54-4d98-92f5-ccf02aaf743d)

Foto storica dei due magistrati Falcone e Borsellino, morti ad opera della mafia

Presentazione del Vice Presidente del CSM Michele Vietti

“Dulce et decorum est pro patria mori” (Orazio, Odi, III, 2, 13). Perché “Nel loro segno”? Sono uomini e donne morti per la Patria. Non si può non riconoscere come, almeno in questo campo, storia e cronaca si fondano. L’eroismo non ha bisogno del sigillo del tempo per essere riconosciuto. Brilla di luce propria, nell’istante stesso in cui si manifesta. Appare ogni volta come unico nella sua straordinarietà e, proprio per questo, s’inscrive senza indugio nella storia collettiva di un Paese. Anche così si spiega il successo delle recenti celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Un secolo e mezzo di storia in cui lo Stato unitario ha conosciuto guerra e pace, fame e ricchezza, conflitto e riconciliazione, ma in cui le gesta di alcuni suoi figli, eroi senza tempo, hanno sempre brillato quale imperitura testimonianza dello spirito nazionale, fatto di servizio ed amore per la Patria, intorno alla quale si sono riconosciuti tutti gli italiani. In questo contesto, anche la magistratura ha conosciuto il sacrificio dei suoi eroi, pagando un elevato tributo di sangue nella guerra tra Stato ed anti-Stato: vite, affetti, professionalità, colpiti e spezzati non da un caso, da un accidente imprevisto e imprevedibile del destino, da una sfortunata congiura degli eventi. Donne e uomini che dell’esistenza del conflitto erano ben consapevoli, che potevano facilmente prevedere a quali rischi il continuare a svolgere il proprio dovere li avrebbe condotti, ma che, ciò nonostante, hanno continuato a svolgerlo, pagando con la vita questa lucida fedeltà. Chi ha vissuto, anche nelle vesti di semplice spettatore, gli anni di piombo del terrorismo, come chi ha sperimentato l’escalation stragista della criminalità organizzata, sa che in quei decenni, in quel contesto politico, presidiare la frontiera della legalità voleva dire assumere concretamente su di sé il rischio della vita. I magistrati che hanno contrastato quei fenomeni, nella misura in cui hanno scelto di non fuggire, di non abdicare, di non disinteressarsi, di non limitarsi alla routine, ma di presidiare il tratto di frontiera loro affidato, con un supplemento di generosità hanno scelto anche di accettare il rischio più elevato, di mettere a repentaglio la loro vita stessa. Perché quella frontiera confinava con le forze del terrorismo che avevano dichiarato apertamente guerra allo Stato. La magistratura italiana sapeva di essere in prima linea. Comprendeva che la vittoria o la resa dello Stato dipendeva anche dalla capacità dei suoi uomini di svolgere il proprio dovere, sia che fossero chiamati a fronteggiare come forze dell’ordine la minaccia terroristica, sia che fossero preposti a far funzionare la macchina della giustizia nel quotidiano lavoro di servizio al cittadino ed alla comunità. Troviamo traccia di questa consapevolezza nelle parole di un’altra vittima del terrorismo, Vittorio Bachelet, che con la magistratura intrecciò il suo destino al Consiglio Superiore, di cui fu Vice Presidente dal 1976 a quel tragico 12 febbraio del 1980, quando le armi dei brigatisti lo colpirono vilmente. Nel giorno del suo insediamento al CSM, Bachelet parlò apertamente di “prima linea”, senza lasciar trasparire la benché minima esitazione o preoccupazione, incentrando ogni attenzione sul dovere di garantire il funzionamento efficiente del servizio-giustizia. Un altro eroe dei nostri tempi che, al pari delle vittime colpite prima e dopo di lui – magistrati, forze dell’ordine, giornalisti ed esponenti del mondo politico, economico e sindacale – aveva compreso perfettamente che la virtù che avrebbe potuto sconfiggere le forze dell’anti-Stato era proprio il compiere il proprio dovere: fino in fondo, anche a costo dell’estremo sacrificio. Diceva Bachelet, in quel 21 dicembre del 1976: “Sappiamo che le cause del malessere, delle disfunzioni della giustizia non sono solo le cause relative a procedure o a carenze di strutture giudiziarie, ma sono cause anche assai più generali, delle quali ciascuno di noi non può non tener conto; ma sappiamo anche che il nostro compito principale in questa sede è di venire incontro per la nostra parte a questa situazione: garantendo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e dei singoli giudici in un momento in cui l’amministrazione della giustizia è divenuto un compito di prima linea, e creando, nonostante tutto, in questa situazione, le condizioni per un buon andamento della Giustizia”. La magistratura, pagando un prezzo altissimo, ha assolto ad una funzione fondamentale e primaria per lo Stato: quella di presidio della legalità. Ed oggi, anche per non rendere vano il sacrificio dei suoi eroi, continua ad assolvere a tale ruolo. La Costituzione affida consapevolmente ad un corpo di magistrati la funzione più alta: quella di incarnare il volto stesso dello Stato di diritto, di rendere le formule della legge fonte di protezione effettiva dei beni e degli interessi e strumento di tutela dei più deboli. La giustizia è amministrata dai giudici e ad essi ed alla loro funzione si deve rispetto. Difendere la funzione giurisdizionale e il ruolo della magistratura è dunque essenziale: le polemiche non devono mai farci dimenticare la funzione di protezione sociale che la magistratura ha svolto e continua a svolgere. Siamo talora inclini a pensare più agli errori ed alle colpe, alle storture ed alle lungaggini, che certamente esistono e vanno eliminati. Ma non dobbiamo mai dimenticare che esistono condotte cariche di disvalore, condotte che ci offendono, che toccano in modo illegittimo gli interessi della nostra vita quotidiana. Non è immaginabile una convivenza sociale senza giustizia, perché non vi potrebbe essere organizzazione sociale senza regole e senza lo strumento che le fa essere cogenti. La magistratura è garante di questa convivenza e di questa continuità e nelle sue espressioni più alte non ha esitato di fronte al rischio di sacrificare la vita per adempiere al proprio dovere. Parimenti, al Consiglio Superiore della Magistratura è assegnato dalla Costituzione il delicato compito di assicurare il governo autonomo della magistratura, di tutelarne l’indipendenza e l’autonomia, di garantire che essa operi con professionalità nell’ambito della proprie prerogative, di preservarla dalle intromissioni indebite di ogni altro potere dello Stato. Tutto ciò può avere una ricaduta positiva sul sistema soltanto se compreso ed interpretato nella prospettiva del “servizio”: è necessario, cioè, che la funzione giudiziaria – tanto requirente quanto giudicante – sia correttamente intesa come prestazione di un servizio essenziale per la collettività, vale a dire la composizione dei conflitti ed il ripristino della regola violata. Così si è combattuto il terrorismo, così si combatte ogni giorno la criminalità, organizzata e non. Queste sono le armi dello Stato per far rispettare le regole della convivenza e mantenere stabili le fondamenta su cui poggia ogni democrazia: le fondamenta del diritto. Ora come allora, dunque, è necessario mantenere alta la guardia. Indubbiamente, grazie all’intervento dello Stato, impersonato dai suoi uomini più valorosi ed eroici che con questa pubblicazione si intendono ricordare, il terrorismo degli anni di piombo è stato sconfitto. Ma il pericolo di una recrudescenza deve essere sempre tenuto in conto, come dimostrano i delitti tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 delle nuove Brigate Rosse. Tanto meno si può dimenticare il sangue versato da magistrati e forze dell’ordine nel contrasto alla criminalità organizzata. L’emozione e lo sdegno suscitati dalle stragi di Capaci e via D’Amelio hanno prodotto mutamenti sociali e culturali di straordinario rilievo, in primo luogo nei territori in cui la malapianta delle mafie ha posto le sue prime radici, offrendo il lievito per una nuova sensibilità, specie tra le giovani generazioni, nei confronti della cultura della legalità. Ma non si può neppure trascurare che la capacità della criminalità organizzata di intimidire, di controllare il territorio, di corrompere il tessuto civile, economico, politico e sociale di vaste aree del Paese rimane alta ancora ai giorni nostri. Ecco perché è importante coltivare la memoria, non dimenticare mai chi si è battuto ed ha accettato il rischio di sacrificare la propria vita per “stare dalla parte giusta”, evitando confusioni tra chi ha presidiato la frontiera dello Stato e chi ha tentato di abbatterla sull’altro versante, dalla parte sbagliata. Ecco perché è importante evitare ignobili provocazioni, che equiparano Brigate Rosse e magistrati, nella preoccupata consapevolezza – come ha ammonito il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che “nelle contrapposizioni politiche ed elettorali, e in particolare nelle polemiche sull’amministrazione della giustizia, si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni”. Quando si toccano gangli vitali della vita democratica di un Paese, intrecciati per di più con drammatiche vicende destinate a rimanere ferite aperte nella coscienza collettiva di un popolo e nel cuore dei familiari delle vittime dei nemici dello Stato, le analogie non possono essere utilizzate né per facezia né tanto meno per inaccettabili strumentalizzazioni. Esse conservano un significato profondo solo se evocate con lo spirito di Orazio: infondere nei giovani del presente le virtù civili, rievocando i migliori esempi di eroismo del passato. Anche la magistratura ha i suoi eroi: conserviamone gelosamente e ravviviamone in ogni momento la memoria. Solo così saremo degni del loro esempio. Solo così potremo avere la coscienza serena di chi non ha deviato dal cammino che quegli uomini e quelle donne ci hanno indicato: una strada lastricata di lealtà assoluta alle istituzioni repubblicane, di estremo spirito di servizio e di incondizionato senso del dovere.

Monumento dedicato ai magistrati uccisi a Varese

Elenco dei magistrati uccisi dal Terrorismo

Francesco COCO (Terralba, 12 dicembre 1908 – Genova, 8 giugno 1976) Procuratore Generale presso la Corte D’Appello di Genova, ucciso dalle Brigate Rosse.

Vittorio OCCORSIO (Roma, 9 Aprile 1929 – Roma, 10 Luglio 1976), Sostituto Prorucatore della  Repubblica a Roma, vittima del terrorismo di estrema destra negli anni di piombo.

Riccardo PALMA (Roma, 12 maggio 1915 – Roma, 14 febbraio 1978) Direttore dell’Ufficio VIII della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena, ucciso a Roma dalle Brigate Rosse.

Girolamo TARTAGLIONE (Napoli, 27 settembre 1913 – Roma, 10 ottobre 1978), Direttore Generale degli Affari Penali, vittima del terrorismo di estrema sinistra negli anni di piombo.

Fedele CALVOSA (Castrovillari, 3 ottobre 1919 – Patrica, 8 novembre 1978), Procuratore Capo della  Repubblica presso il Tribunale di Frosinone, vittima del terrorismo di sinistra rivendicato dalle formazioni comuniste combattenti.

Emilio ALESSANDRINI (Penne, 30 agosto 1942 – Milano, 29 gennaio 1979), Sostituto Procuratore della Repubblica a Milano, assassinato durante gli anni di piombo da un  “Commando del Gruppo terroristico Prima Linea.

Nicola GIACUMBI  (Santa Maria Capua Vetere (CE) 18 agosto 1928 – Salerno, 16 marzo 1980), Procuratore F.F. della Repubblica di Salerno, assassinato dalle Brigate Rosse.

Girolamo MINERVINI (Molfetta, 4 maggio 1919 – Roma, 18 marzo 1980), Direttore Generale degli  Istituti di Prevenzione e Pena, assassinato dalle Brigate Rosse.

Guido GALLI (Bergamo, 28 giugno 1932 – Milano, 19 marzo 1980), Magistrato dell’Ufficio Istruzione di Milano ucciso dalla Organizzazione Terroristica Prima Linea.

Mario AMATO (Palermo, 24 novembre 1937 – Roma, 23 giugno 1980), Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, Assassinato dai Nuclei Armati Rivoluzionari.

 Luigi DAGA (Catanzaro, 26 agosto 1947 – Roma, 17 novembre 1993), Magistrato di Appello Addetto al Ministero della Giustizia, Direttore del’Ufficio VI – Studi Ricerche del D.A.P.

Elenco dei Magistrati vittime delle mafie

Pietro SCAGLIONE (Palermo, 2 marzo 1906 – Palermo, 5 maggio 1971), Procuratore della Repubblica di Palermo, assassinato dalla mafia.

Francesco FERLAINO (Conflenti, 23 luglio 1914 – Lamezia Terme, 3 luglio 1975), Avvocato Generale della Corte d’Appello di Catanzaro, assassinato dalla  ’Ndrangheta.

Cesare TERRANOVA (Palermo, 15 agosto 1921 – Palermo, 25 settembre 1979), Consigliere della Corte di Appello di Palermo, assassinato dalla mafia.

Gaetano COSTA (Caltanissetta, 1 marzo 1916 – Palermo, 6 agosto 1980), PROCURATORE CAPO DELLA REPUBBLICA DI PALERMO, ASSASSINATO DALLA MAFIA.

Giangiacomo CIACCIO MONTALTO (Milano, 20 ottobre 1941 – Valderice, 25 gennaio 1983), Sostituto Procuratore della Repubblica d Trapani, assassinato dalla mafia.

Bruno CACCIA (Cuneo, 16 novembre 1917 – Torino, 26 giugno 1983), Procuratore della Repubblica di Torino, vittima della ‘ndrangheta.

Rocco CHINNICI (Misilmeri, 19 gennaio 1925 – Palermo, 29 luglio 1983), Consigliere  Istruttore presso il Tribunale di Palermo, assassinato, con la scorta e il portiere delloa stabile, dalla Mafia.

Alberto GIACOMELLI (Trapani, 28 settembre 1919 – TrapaniI, 14 settembre 1988), già Presidente di Sezioni del Tribunale di Trapani, assassinato dalla mafia.

Antonino SAETTA (Canicattì, 25 ottobre 1922 – Caltanissetta, 25 settembre 1988) Presidente di Corte d’Assise di Appello di Palermo, assassinato dalla mafia insieme al figlio Stefano.

Rosario Angelo LIVANTINO (Canicattì, 3 ottobre 1952 – Agrigento, 21 settembre 1990), Giudice del Tribunale di Agrigento,assassinato dalla mafia.

Antonino SCOPELLITI (Campo  Calabro, 20 gennaio 1935 – Piale, 9 agosto 1991), Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, assassinato dalla n’drangheta.

Francesca Laura MORVILLO (Palermo, 14 dicembre 1945 – Palermo, 23 maggio 1992), Consigliere della Corte d’Appello di Palermo, assassinata dalla mafia insieme al marito Giovanni Falcone.

Paolo Emanuele BORSELLINO (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992), Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di palermo, vittima della mafia.

Agostino PIANTA (Rapolla, 27 luglio 1912 – Brescia, 17 marzo 1965), Procuratore della Repubblica in Brescia.

Giovanni FALCONE (Palermo, 18 maggio 1939 – isola delle Femmine, 23 maggio 1992), Direttore Generale degli Affari Penali presso il Ministero della Giustizia, assassinato dalla mafia insieme alla moglie, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Scifani.

Testo bollettino

«Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana». Queste parole sono tratte da “Profiles in Courage“, il libro scritto da John Fitzgerald Kennedy, con cui l’allora giovane senatore statunitense vinse, nel 1957, il prestigioso premio Pulitzer.

Considerazioni che si attagliano perfettamente anche alle vicende dei magistrati italiani assassinati, uomini e donne capaci di sopportare la solitudine e la sistematica denigrazione, di andare contro il proprio interesse personale, pur di servire un ideale di giustizia.

Le vittime della propria personale coerenza e della ferocia della mafia e del terrorismo sono state moltissime in Italia. Non solo magistrati. Carabinieri, poliziotti, giornalisti, avvocati, professionisti, professori, sacerdoti: non c’è categoria che non abbia avuto i propri martiri. E poi moltissime persone comuni, individui che avevano, semplicemente, deciso di dire “No” di fronte a un’ingiustizia o a un sopruso.

Grazie a questi uomini e donne lo Stato italiano è stato capace di resistere all’attacco mortale portato dal terrorismo e dalla mafia e di far evolvere, significativamente, l’ordinamento italiano.

Immaginiamo che quanto accaduto nel recente passato possa essere, all’improvviso, dimenticato; immaginiamo che delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio non si serbi più alcun ricordo, che degli assassinii dei magistrati, delle loro scorte, di persone comuni senza alcuna colpa, venga persa ogni memoria. Immaginiamo una amnesia collettiva della nostra società e delle nostre istituzioni.

Cosa accadrebbe?

Sarebbe compromessa, in modo irreparabile, la nostra identità. Torneremmo ad essere schiavi: schiavi della mafia, del terrorismo, della violenza, del totalitarismo, delle nostre paure.

In questa endiadi di valori, dignità e solidarietà, si può compendiare il senso del sacrificio di questi 28 colleghi, andati incontro alla morte con piena accettazione e consapevolezza. D’altronde, il percorso della legalità e della civiltà di un paese passa, innanzitutto, attraverso la condivisione dei Valori fondanti il diritto. Prima del diritto, serve l’esempio, la sofferenza, la passione dell’umanità.

Proprio per queste ragioni il francobollo emesso, che ricorda i 28 magistrati italiani assassinati, ha una straordinaria importanza. Non è solo un tributo alla loro memoria; è anche, e soprattutto, uno strumento per continuare a seguire quel percorso di legalità e giustizia che ci hanno insegnato.  

Stefano Amore

Magistrato

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