M.I.S.E. 68-69-70 e 71^ EMISSIONE 2022, del 22 Novembre, di QUATTRO francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica “il patrimonio naturale e paesaggistico” – Serie Turistica (Riccione, Candelo, Siracusa e Venafro)

M.I.S.E. 68-69-70 e 71^ EMISSIONE 2022, del 22 Novembre, di QUATTRO francobolli ordinari appartenenti alla serie tematica “il patrimonio naturale e paesaggistico” – Serie Turistica (Riccione, Candelo, Siracusa e Venafro) dal valore B corrispondente €1.20 cadauno

Se sei interessato all’acquisto di questi francobolli li puoi acquistare al prezzo di €1,80 cadauno; basta inviare una richiesta alla email: [email protected]

  • data: 22 novembre 2022
  • dentellatura:  9 effettuata con fustellatura
  • dimensioni francobollo: 48 x 40 mm
  • stampa: in rotocalcografia
  • tipo di cartabianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura: 90 g/mq; supporto: carta bianca, Kraft monosiliconata da 80 g/mq; adesivo: tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco)
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 250.012
  • valoreB
  • colori: cinque 
  • bozzettistaT. Trinca
  • num. catalogo francobolloMichel ______ YT _______ UNIF ________
  • Il francobollo: La vignetta raffigura la spiaggia di Riccione con la cittadina romagnola sullo sfondo. Completa il francobollo la rispettiva legenda “RICCIONE”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

Riccione è un comune italiano di 34 482 abitanti della provincia di Rimini in Emilia-Romagna. Nota località balneare della Riviera romagnola, dal 1990 può fregiarsi del titolo onorifico di città.

Storia

I più antichi ritrovamenti archeologici nel territorio sono esposti nel museo cittadino e risalgono presumibilmente al II secolo a.C. Importante è la posizione della città lungo la via Flaminia, una strada di collegamento che a Rimini si raccorda con le direttrici verso il porto di Classe e verso la pedemontana per Piacenza e Milano, che i romani a più riprese avevano trasformato in Via Emilia. Durante la Repubblica romana, il primo aggregato abitativo aveva il nome di Vicus Popilius e si trovava nel quartiere San Lorenzo, il cui sito archeologico, localizzato ed aperto sotto la farmacia comunale, è oggi visitabile. Il sito presenta elementi che lasciano pensare a contatti con altre popolazioni. A poca distanza dal sito, lungo la via Emilia, è presente sul rio Melo un ponte romano. Risulta attualmente difficile ricostruire dai resti archeologici il periodo delle invasioni barbariche. Tra i principali ritrovamenti del periodo troviamo una salita posta sulla Flaminia, che pare costringesse a richiedere aiuto per mezzo di forze animali, da aggiungere ai carri particolarmente carichi di merci. Nei pressi si sono ritrovati i resti di un primitivo “impianto di salita”.

Nel 1260 si insedia a Riccione la famiglia fiorentina degli Agolanti, legati ai signori di Rimini, i Malatesta, dei quali rimangono tuttora i resti del castello omonimo sulle colline della città. Si passa poi dall’epoca dei vicariati (i Malatesta non erano i veri signori della città, ma vicari del Papa) a quella del definitivo controllo del territorio da parte dello Stato della Chiesa. Nel ‘600 vengono costruite alcune torri di guardia lungo la spiaggia a difesa del territorio dalle scorrerie dei pirati. Si conserva tutt’oggi nel comune il testo con le regole da seguire in caso di avvistamento di estranei provenienti dal mare, (naufraghi da mettere in quarantena o sbarchi ostili).

Nell’Ottocento si pensò di utilizzare la spiaggia. Si segnalano addirittura proposte di utilizzo di parte dell’arenile (come alcuni specchi d’acqua della tenuta Salvoni, nel 1884) come campi per risaie. Progetto poi avversato con successo da chi invece intendeva utilizzare il litorale a scopo turistico. Le origini del turismo a Riccione risalgono alla fine dell’Ottocento, quando cominciano a sorgere in città diverse residenze utilizzate da persone facoltose che giungevano sul posto per mezzo della linea ferroviaria Bologna – Ancona, pienamente operativa attorno all’ultimo ventennio del secolo. Nel 1880 il Conte Giacinto Soleri Martinelli, dopo aver acquistato una fascia di terreno che andava dal fosso Martinelli all’attuale viale Ceccarini, diede il via alle prime lottizzazioni destinate a edifici per la villeggiatura, pensando a un progetto di città giardino simile a quello già attuato a Marina di Rimini. Già nel 1892 era presente la Biblioteca Circolante della Società Operaia di Mutuo Soccorso a Riccione che poi diventò l’attuale Biblioteca nel 2013 intitolata al professore Osvaldo Berni.

Stemma di Riccione

Un’impronta decisiva allo sviluppo della città si deve ai coniugi Ceccarini e in particolar modo alla moglie Maria Boorman, di origine statunitense, a cui venne dedicata una lapide negli anni novanta sul lungospiaggia. Boorman, vedova del marito medico, diede un notevole contributo economico per la costruzione dell’ospedale cittadino, oggi a lei intitolato, e per tante altre importanti iniziative sociali. In suo onore è stata eretta anche una statua, installata il 9 ottobre 2012 in viale Ceccarini. L’opera è stata realizzata per iniziativa della rivista locale Famija Arciunesa dallo scultore cesenate Leonardo Lucchi.

Mentre era in corso la prima guerra mondiale, Riccione e il territorio di Rimini subirono un forte sciame sismico, terminato con il terribile schianto del 16 agosto 1916 che devastò la cittadina. Nell’immediato primo dopoguerra cominciò per Riccione una notevole ripresa, favorita anche dal divenire nel 1922 comune autonomo, distaccandosi da Rimini. Il primo sindaco, eletto il 4 novembre 1923, fu Silvio Lombardini (1866–1935), pubblicista ed editore, originario di Santarcangelo di Romagna. Negli anni trenta vengono realizzati i primi allacciamenti alla rete di luce, acqua e gas. Nasce l’Azienda di Soggiorno e la filovia, sono costruiti i ponti sul Rio Melo e sul Marano e viene implementata la viabilità. La cittadina conta ora un afflusso medio annuale di 30.000 turisti e più di 80 strutture alberghiere. Le ville ricche di verde che avevano fatto definire questa località la Perla Verde dell’Adriatico, cominciano già a cedere il posto alle nuove strutture alberghiere.

La crescente importanza turistica che cominciò a interessare tutta la Riviera romagnola spinse anche le alte cariche dello stato dell’epoca a scegliere Riccione come luogo di villeggiatura. Nel 1934 Benito Mussolini acquistò un grande immobile nella zona sud (ricavato dall’unione di due proprietà, con la chiusura di una strada pubblica), che utilizzò per le vacanze sul mare diventando la sua residenza estiva per dieci anni. Particolarmente sfarzosi erano i suoi soggiorni, con l’arrivo in idrovolante e per la presenza fissa di una nave da guerra al largo della costa.

La nave Aurora, lunga 75 metri, di proprietà di Mussolini, era un bottino di guerra pagato dall’Austria. Una parte dell’edificio di proprietà del dittatore, chiamato Villa Mussolini, verrà lasciato in totale abbandono per anni nel dopoguerra e successivamente restaurato’; oggi è di proprietà del comune ed è aperta a mostre ed eventi pubblici. Il fronte della seconda guerra mondiale passò provocando molti danni e vittime, con numerosi sfollati che si rifugiarono nella Repubblica di San Marino per sfuggire ai bombardamenti. La ricostruzione coincise con il decisivo decollo del settore terziario, che avvenne nel secondo dopoguerra quando Riccione, congiuntamente al suo turismo di massa, diventa una passerella mondana, meta vacanziera di personaggi dello spettacolo, della cultura e dello sport.

Testo bollettino

Il 2022 è un anno molto importante per Riccione.  Il 19 ottobre la nostra città ha celebrato il compleanno più atteso da sempre, i 100 anni dalla nascita come Comune autonomo, sancita in data 19 ottobre 1922 con Regio Decreto n. 1439.

Per noi questo anno non è solo un doveroso momento di celebrazione, ma soprattutto è l’occasione di ripensare e rinascere dopo questi ultimi anni difficili. Riccione, la sua gente, i suoi operatori hanno sempre dimostrato, nonostante le difficoltà, tutta la straordinaria capacità di accogliere turisti senza perdere mai l’entusiasmo che l’ha resa nei suoi primi 100 anni di storia, una meta ambita e allo stesso tempo consueta, di tendenza ma rassicurante.

Riccione è una località di mare che dalle sue origini è stata capace di anticipare ed interpretare i mutamenti economici, sociali e di costume della società italiana meritandosi l’indiscusso titolo di Perla Verde dell’Adriatico.

Una realtà che facendo leva sulla dedizione al lavoro dei suoi cittadini (sempre accoglienti ed ospitali con i turisti) ha raggiunto la celebrità a livello nazionale ed internazionale; celebrità che, ogni anno, rende Riccione la meta ideale per migliaia di turisti che vogliono vivere la vacanza ognuno secondo il proprio gusto e stile.

È questo un altro segreto del successo della nostra città: essere un luogo accessibile a tutti, fruibile in diversi modi (di giorno o di notte, in spiaggia o facendo sport, ballando o riposandosi). Ma quello che più caratterizza Riccione è la sua capacità di intercettare le tendenze ed i cambiamenti restando, costantemente, un punto di riferimento.

Tutta la sua storia è intessuta dalla cultura dell’ospitalità, fin dall’inizio del secolo scorso. Riccione ha saputo reinterpretare con professionalità il proprio ruolo di Perla delle vacanze, creando innovazione attraverso il servizio.

Oggi Riccione è una delle principali località turistiche della Riviera Romagnola. Grazie agli operatori del settore turismo vantiamo standard qualitativi ai massimi livelli, anche per andare incontro alle sempre maggiori esigenze dei turisti.

Riccione è anche un luogo di cultura, come dimostrano alcune importanti iniziative che la città propone come il Premio Riccione per il Teatro e il Premio TTV oltre ad importanti mostre fotografiche di altissimo livello che vengono ospitate nelle nostre belle Ville storiche.

Da qualche anno Riccione ha aumentato la propria offerta turistica anche grazie alla realizzazione di importanti strutture, come il Palazzo dei Congressi e lo Stadio del Nuoto sviluppando nuovi segmenti che le permettono di “restare accesa” 365 giorni l’anno.

Daniela Angelini

Sindaca di Riccione

  • data: 22 novembre 2022
  • dentellatura:  9 effettuata con fustellatura
  • dimensioni francobollo: 48 x 40 mm
  • stampa: in rotocalcografia
  • tipo di cartabianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura: 90 g/mq; supporto: carta bianca, Kraft monosiliconata da 80 g/mq; adesivo: tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco)
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 250.012
  • valoreB
  • colori: cinque
  • bozzettistaSimone Emma
  • num. catalogo francobolloMichel ______ YT _______ UNIF ________
  • Il francobollo: La vignetta raffigura panoramica dall’alto del Ricetto di Candelo, borgo medievale fortificato, con le Alpi biellesi sullo sfondo. Completa il francobollo la rispettiva legenda “CANDELO”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

Candelo è un comune italiano di 7 248 abitanti della provincia di Biella in Piemonte.

Bella immagine di Candelo con il suo ricetto medioevale

Il centro storico è conosciuto soprattutto per la presenza dell’omonimo ricetto medioevale. Il suo territorio boschivo denominato Baraggione fa parte della Riserva naturale orientata delle Baragge.

Storia

Simboli

Lo stemma del comune di Candelo è stato riconosciuto con decreto del capo del governo dell’8 agosto 1931.

Il gonfalone, concesso con regio decreto del 13 gennaio 1931, è un drappo di rosso.

Stemma di Candelo

Monumenti e luoghi d’interesse

Architetture civili Ricetto di Candelo, struttura medievale fortificata per l’accumulo di beni

Palazzo Comunale, situato in Piazza Castello, a ridosso del Ricetto, del quale nel 1816 fu abbattuta una porzione per fare spazio al nuovo edificio. Fu progettato e realizzato dall’architetto Nicola Tarino.

Architetture religiose

Chiesa di Santa Maria Maggiore, situata in via Roma, è una chiesa risalente al XII secolo. Ha subito ripetute modifiche e ampliamenti fino al XVIII secolo. Preziose sono le rifiniture interne in legno; conserva opere d’arte del XVII secolo.

Chiesa di San Lorenzo, è situata nella omonima via, e la sua originaria edificazione viene fatta risalire a un periodo antecedente l’anno 1000. È stata interamente ricostruita in stile barocco nella seconda metà del XVII secolo. Opere artistiche e preziose finiture in legno vi sono conservate all’interno.

Chiesa di San Pietro, è situata nella omonima piazza. L’edificio fu ricostruito a partire dal 1679, dopo il crollo della precedente struttura. L’attuale facciata (1932) è opera dell’architetto Nicola Mosso. La nicchia sovrastante il portale centrale contiene il dipinto raffigurante La consegna delle chiavi a san Pietro (Deabate 1932). L’ampia sacrestia settecentesca, alla quale si accede attraverso la porta intagliata (secolo XVIII), conserva importanti arredi, dipinti e sculture lignee del XVII e XVIII secolo.

Chiesetta di Santa Croce.

Chiesetta di San Grato, sita nella frazione San Giacomo.

Testo bollettino

Un borgo medievale straordinario abbracciato dalle Alpi Biellesi, un paesaggio colorato dalla storia, dalle pietre, dai mattoni e dal verde brillante della natura: Candelo e il suo Ricetto meritano di essere conosciuti e amati da tutti, perché la vera bellezza, quella che sa emozionare, va condivisa.


E di emozioni questo splendido borgo ne regala tante: scoprire Candelo è come fare un salto nel passato, è come intraprendere un viaggio indietro nel tempo che lascia a bocca aperta chi è alla ricerca di autenticità e di cultura. E durante gli eventi il borgo si anima di vita, colori, fiori, sapori.

Vi invito quindi in Piemonte, terra di tradizioni ed enogastronomia, e ancor più nel nostro Biellese, che vuole dimostrarsi unito, accogliente e caldo come la lana, una delle eccellenze di questo territorio.

La verità è che l’Italia è un caleidoscopico scrigno di meraviglie, e tra esse il Ricetto sempre di più saprà risplendere come una delle gemme più preziose.

Paolo Gelone

Sindaco di Candelo

  • data: 22 novembre 2022
  • dentellatura:  9 effettuata con fustellatura
  • dimensioni francobollo: 48 x 40 mm
  • stampa: in rotocalcografia
  • tipo di cartabianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura: 90 g/mq; supporto: carta bianca, Kraft monosiliconata da 80 g/mq; adesivo: tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco)
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 250.012
  • valoreB
  • colori: cinque
  • bozzettistaM. C. Perrini
  • num. catalogo francobolloMichel ______ YT _______ UNIF ________
  • Il francobollo: La vignetta raffigura uno scorcio del Castello Maniace che si affaccia imperioso sul Mar Ionio. Completa il francobollo la rispettiva legenda “SIRACUSA”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

Siracusa  è un comune italiano di 115 984 abitanti, capoluogo del libero consorzio comunale omonimo, in Sicilia.

Panorama

Posta sulla costa sud-orientale dell’isola, Siracusa possiede una storia millenaria: annoverata tra le più vaste metropoli dell’età classica, primeggiò per potenza e ricchezza con Atene, la quale tentò invano di assoggettarla. Fu la patria del matematico Archimede, che si pose a capo della sua difesa durante l’assedio dei Romani nel 212 a.C. Siracusa fu per secoli la città capitale della Sicilia, fino alla conquista da parte degli Arabi, avvenuta nell’878.

Trasformatasi in epoca spagnola in una fortezza, il suo centro storico, Ortigia, assunse l’odierno aspetto barocco con la ricostruzione intrapresa a seguito del violento terremoto del 1693. Durante la seconda guerra mondiale, nell’anno 1943, venne firmato a sud-ovest di Siracusa, in contrada Santa Teresa Longarini, l’armistizio che sanciva la cessazione delle ostilità tra il Regno d’Italia e le forze alleate degli anglo-americani; passato alla storia come l’armistizio di Cassibile.

Caratterizzata da ingenti ricchezze storiche, architettoniche e paesaggistiche, la città di Siracusa è stata dichiarata dall’UNESCO nel 2005, congiuntamente alle Necropoli Rupestri di Pantalica, patrimonio dell’umanità.

Storia

Antica Siracusa

Gli scavi archeologici sul territorio hanno stabilito che l’area dove sorse Siracusa venne abitata, senza soluzione di continuità, a partire dal Neolitico: assai significativo è il ruolo della cosiddetta “civiltà di Stentinello”, che prende il nome dal sito costiero a nord di Siracusa e i cui reperti risalgono al 6000 a.C.

Bellissima foto aerea del Teatro Greco di Siracusa

La città di Syrakousai venne fondata dai Corinzi nell’anno 733 a.C. (secondo la datazione tucididea). La guida dei nuovi coloni fu l’ecista Archia, mentre il loro luogo d’approdo fu l’isola di Ortigia, dalla quale riuscirono a scacciare i Siculi; i precedenti abitanti dell’area.

Tra i numerosi uomini che tennero il governo della polis, sei, più di tutti gli altri, si distinsero nel panorama del mondo antico per ingegno, fama e potere: Gelone, Ierone I, Dionigi I, Agatocle e Ierone II, ai quali va aggiunto il governo oligarchico moderato del generale corinzio Timoleonte, durato circa dieci anni. Costoro dominarono grande parte della Sicilia, spingendo la presenza siracusana all’interno della Magna Grecia, ed estesero l’influenza della polis sull’ampio scenario del Mediterraneo.

Siracusa fu la principale rivale della capitale dei Fenici, Cartagine, la quale, occupando con il suo operato bellico e commerciale la parte occidentale dell’isola (chiamata eparchia punica) diede vita alle guerre greco-puniche. Queste due influenti metropoli, in un susseguirsi di trattati di pace e scoppi di nuove battaglie, animarono con fare cruento l’intera storia della Sicilia greca.

Oltre ai forti contrasti interni con le altre poleis siceliote e con i Barbari (si segnala ad esempio la guerra contro Akragas e il conflitto contro la Syntèleia di Ducezio, re dei Siculi).

La corte di Siracusa fu sede mecenatica, ospitando i nomi più conosciuti del mondo greco, tra i quali: Eschilo, Pindaro, Ibico, Senofonte, Platone; quest’ultimo non si limitò a soggiornare nella pentapolis, ma fu coinvolto (secondo la tradizione), così come l’Accademia di Atene, nel pieno della storia politica di Syrakousai, compiendo diversi viaggi e divenendo confidente di Dione, che a sua volta fu il principale avversario politico del tiranno Dionigi II. Fu patria natia di un ingente numero di personalità elargite al mondo delle arti, della filosofia e della scienza. Tra i nativi spicca soprattutto Archimede: matematico, inventore, scienziato che si pose alla guida di Siracusa quando questa venne assediata dai Romani nel 212 a.C.

Dopo una lunga resistenza, le legioni romane riuscirono a entrare in città e avvenne la capitolazione per opera del console Marco Claudio Marcello. Durante la foga della conquista, un soldato romano uccise Archimede. Tutte le ricchezze di Siracusa, accumulate in secoli di egemonia e prosperità, vennero depredate e trasportate a Roma. Fu un punto di svolta importante nella cultura del Mediterraneo. Tuttavia, pur avendo perso la propria autonomia, Syracusae rimase per l’intera epoca romana il centro principale dell’isola. Venne istituita la provincia Siracusana e la città fu designata capitale della Sicilia romana. Cicerone, approdandovi nel I secolo a.C., la descrisse come «la più bella e la più grande città greca» (In Verrem, II, 4, 117) e l’imperatore Augusto, nello stesso periodo, le inviò una colonia di cittadini Romani per contribuire al suo ripopolamento.

Con l’avvento del cristianesimo nacquero in città imponenti catacombe. Qui giunse presto il messaggio apostolico, poiché il porto siracusano era al centro delle vie marittime dell’impero romano; vie che venivano percorse dai primi missionari. La tradizione afferma che il protovescovo di Siracusa fu Marciano da Antiochia, inviato dall’apostolo Pietro.

Gli Atti degli apostoli testimoniano che nell’anno 61 sostò in città, per tre giorni, l’aposotolo Paolo di Tarso. Durante l’impero di Diocleziano, il 13 dicembre del 304, avvenne il martirio di Lucia da Siracusa (Santa Lucia).

Epoca moderna

Anche grazie al profondo legame affettivo che vi era tra Germana de Foix e il primo sovrano dell’Impero spagnolo Carlo V d’Asburgo, Siracusa ebbe con quest’ultimo regnante un rapporto piuttosto intrinseco, che portò alla corposa testimonianza delle gesta dell’Asburgo nei più variegati aspetti della storia siracusana. L’epoca di Carlo V fu segnata dalla guerra contro l’Impero ottomano. Siracusa, in quanto terra di confine tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale, divenne un perno fondamentale per difendere i confini imperiali spagnoli. Carlo V, quindi, la fece fortificare in maniera talmente poderosa che essa assunse, da qual momento in avanti, l’appellativo di fortezza.

Esempio di stile barocco siracusano

Risale inoltre all’operato dei soldati spagnoli di Carlo V la trasformazione di Ortigia in un’isola, poiché essi tagliarono l’istmo che i Greci avevano costruito circa mille anni prima, riportando così Ortigia alla sua forma geografica originale.

Nel 1529 l’Ordine dei cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme si trasferì a Siracusa: le fonti si dividono su chi sostiene fosse stato lo stesso Carlo V a indirizzarli nel siracusano, per tenere lontane le flotte turche e i pirati barbareschi, e chi invece sostiene fosse stata iniziativa del Gran Maestro Philippe de Villiers de L’Isle-Adam. I cavalieri erranti, in quanto privi di fissa dimora dopo la perdita dell’isola di Rodi, rimasero a Siracusa un intero anno, fino a quando ricevettero, nell’aprile del 1530, i documenti concessi da Carlo V, in qualità di re di Sicilia, sull’infeudamento dell’arcipelago di Malta al loro Ordine; in cambio l’Asburgo pretendeva dalla sacra milizia la fedeltà al monarca siciliano. I cavalieri accettarono.

Siracusa divenne allora testimone della nascita dell’Ordine dei cavalieri di Malta (data la vicinanza tra le due isole, i cavalieri instaureranno con i siracusani un rapporto molto stretto, non privo di conflittualità).

Il ‘500 fu per Siracusa un secolo di grandi catastrofi naturali: l’evento per essa più distruttivo fu il terremoto del 1542, durante il quale la città fu vicina alla distruzione totale. Carestie ed epidemie decimarono la popolazione (solo qualche decennio prima del terremoto era stata persino attesa una fine del mondo). Pure Carlo V, negli anni del pieno fervore religioso (in Sicilia vigeva l’inquisizione spagnola), si convinse di dover punire degli ignoti peccatori che, avendo provocato l’«ira del Cielo» (così sostenevano i siracusani), avevano attratto la calamità sulla città.

Guerre e calamità perdurarono a un ritmo sostenuto anche per tutto il secolo successivo. Siracusa, difatti, non riuscì più a tenere il passo con la crescita demografica degli altri principali centri di Sicilia (mentre nella maggior parte dell’isola la popolazione aumentava, a Siracusa accadeva l’opposto: la sua popolazione andava sempre più a diminuire). In epoca spagnola Siracusa era nota soprattutto con il nome di Zaragoza de Sicilia: fin dal principio della loro presenza sull’isola, gli spagnoli l’avevano appellata come la capitale aragonese Saragozza e, per distinguerla da questa, nei documenti ufficiali figurava sempre come la Saragozza di Sicilia.

Tra i principali eventi bellici del periodo, particolarmente rilevanti per Siracusa furono: la tentava invasione da parte del sultano Solimano il Magnifico (come conseguenza della battaglia di Lepanto), la sconfitta dei cavalieri di Malta al Plemmirio, la guerra del re Sole, Luigi XIV di Francia (nel contesto della seicentesca guerra d’Olanda), che interessò soprattutto i domini spagnoli del siracusano; durante quest’ultimo conflitto perse la vita e fu seppellito a Siracusa l’ammiraglio d’Olanda Michiel de Ruyter (il cui corpo venne in un secondo tempo reclamato dagli olandesi di Amsterdam).

Nel 1693 si verificò nel siracusano un altro terremoto distruttivo, con conseguente maremoto, che stavolta interessò la maggior parte della Sicilia orientale. Siracusa patì meno danni rispetto all’evento sismico del 1542, ma ne uscì ugualmente stremata. Nel 1700, con la morte prematura di Carlo II di Spagna, si aprì la violenta contesa per decidere il nuovo dinasta dell’Impero spagnolo. La guerra di successione spagnola coinvolse pienamente Siracusa, poiché la Sicilia divenne terra contesa a seguito del trattato di Utrecht, con il quale il Ducato di Savoia venne unito al Regno di Sicilia e la Spagna perdeva il controllo di quest’ultimo.

La Spagna di Filippo V, non avendo tuttavia alcuna intenzione di rinunciare al possesso dell’isola, disattese le aspettative delle altre potenze europee e intraprese una guerra per svincolare la Sicilia dai piemontesi e riportarla sotto l’influenza iberica. Fu in tale contesto che Siracusa divenne la fortezza savoiarda nella quale si rifugiò Annibale Maffei, viceré di Vittorio Amedeo II di Savoia, mentre l’esercito spagnolo aveva già conquistato quasi l’intera isola. Intervenne allora in terra aretusea, per la prima volta, l’esercito britannico, poiché l’intento di Giorgio I d’Inghilterra era impedire alla Spagna di riconquistare gli antichi domini perduti.

Segnò una svolta importante nella storia di Siracusa lo scontro dell’11 agosto 1718 tra spagnoli e inglesi, che vide la vittoria di quest’ultimi nelle acque siracusane: l’esito di quella battaglia difatti sancì la fine dei rapporti con la terra iberica e il principio di un’assidua presenza britannica sul territorio.

Dopo la separazione dal Piemonte e una breve e tormentata parentesi austriaca, durata circa quindici anni, Siracusa entrò a far parte dei domini della corona dei Borbone di Napoli. Nel 1798 Napoleone Bonaparte mise fine a un lungo periodo di pace, reclamando per la Francia l’isola di Malta e cacciando da essa i cavalieri, un gruppo dei quali andò a chiedere aiuto allo zar della Russia Paolo I Romanov. Venne scatenata una disputa per il possesso dell’arcipelogo maltese; disputa che si estese ai siracusani, poiché Bonaparte non era estraneo al desiderio di conquistare la Sicilia. La città aretusea ricevette nel suo porto dapprima la flotta britannica di Horatio Nelson. Il Regno delle Due Sicilie, nato nel 1816, attraversò a partire dagli anni ’20 una profonda crisi, poiché la Sicilia non accettò mai l’unione della propria corona a quella napoletana, con la conseguente privazione di autonomia. Nella disputa in corso tra i siciliani e i Borbone di Napoli, i quali dovettero accettare, momentaneamente, l’esistenza di un nuovo Regno di Sicilia.

Siracusa, divisa tra il presidio dei soldati inglesi e quello dei soldati francesi, vide finire molto presto il fugace momento indipendentista e si ritrovò nuovamente sotto le insegne di Ferdinando; ciò anche a causa della rivalità tra i paesi europei intervenuti nel conflitto. La svolta definitiva avvenne con i successivi moti per la nascita del Regno d’Italia: Siracusa si consegnò ai Garibaldini il 28 luglio del 1860. Il potere dei sovrani borbonici venne annullato e la città dal 1865 tornò ad essere stabilmente il capoluogo della provincia siciliana sud-orientale (all’epoca la provincia di Siracusa conteneva al suo interno anche la futura provincia di Ragusa).

Monumenti e luoghi d’interesse

Siracusa è tra le principali città d’arte in Italia. Colma di pregevoli monumenti e luoghi d’interesse, deve le sue innumerevoli testimonianze architettoniche e culturali a una storia altrettanto ricca e antica.

L’UNESCO annovera Siracusa tra i patrimoni dell’umanità.

La città abbraccia nel suo insieme un patrimonio architettonico-culturale plurimillenario, custodendo nei suoi musei reperti archeologici di un’antichità ancora maggiore rispetto alla sua fondazione greca.

Stemma di Siracusa

Architetture civili

Le architetture di Siracusa mostrano quasi sempre facciate bianche, tendenti al beige o al giallo-oro, poiché esse sono state erette con la pietra degli Iblei, che in dialetto prende il nome di pietra giuggiulena: la pietra torrone; data la sua modellabilità e le sue tonalità simili a quelle dell’alimento sopracitato. Per tale motivo Siracusa viene spesso appellata, architettonicamente, «città bianca».

La maggior parte dei numerosi e antichi palazzi nobiliari si trova sull’isola di Ortigia, poiché in epoca medievale e rinascimentale la città era esclusivamente racchiusa al suo interno, mentre la Siracusa di più recente edificazione ospita gli edifici di carattere amministrativo e governativo (ad esempio il plesso ospedaliero e il tribunale di giustizia). Tra le prime costruzioni civili dell’età post classica si annoverano la trecentesca sede della Camera reginale e il trecentesco palazzo Mergulese-Montalto, in stile gotico chiaramontano. In città permangono altre architetture medievali, soprattutto del periodo aragonese-catalano: esempi ne sono il palazzo Bellomo e gli elementi sopravvissuti del palazzo Zapata-Gargallo, appartenuto alle omonime prestigiose famiglie (un loro discendente fu il fondatore dell’originario borgo di Priolo Gargallo, Tommaso). Tuttavia è dopo il terremoto seicentesco, e quindi con la conseguente ricostruzione, che fa la sua comparsa lo stile predominante di Siracusa: il barocco siciliano. La città ha dato i natali ad uno dei principali esponenti di questo stile: l’architetto Rosario Gagliardi.

Il palazzo del Vermexio, sede del governo comunale, rimane uno dei maggiori esempi dell’arte barocca applicata ad un edificio amministrativo. L’evoluzione definitiva del barocco fu il rococò; Siracusa ne mostra chiaramente gli elaborati segni: palazzi come il Beneventano del Bosco (nelle cui antiche stanze risiedettero, in tempi diversi, il Gran maestro dei cavalieri di Malta Philippe de Villiers de L’Isle-Adam, l’ammiraglio Horatio Nelson e i sovrani Borbone che giunsero in città, tra i quali il conte di Siracusa, Leopoldo delle Due Sicilie), l’Impellizzeri, il Borgia del Casale (proprietà del ramo siracusano dell’influente famiglia dei Borgia) vennero edificati adottando li suddetto stile ornamentale.

L’edificio che ospita la curia siracusana è il palazzo Arcivescovile; al suo interno sono visibili vari secoli di mutazioni architettoniche.

Ottocentesco è anche il palazzo del teatro comunale di Siracusa, costruito affinché «la terra di Epicarmo avesse un teatro adatto» ad ospitare la vita artistica della popolazione.  Nella prima metà del Novecento vennero realizzati il palazzo dell’hotel Des Etrangers, del Grand Hotel (entrambi tra i più antichi hotel siracusani) e il palazzo delle Poste (odiernamente convertito anch’esso in struttura ricettiva).

Le principali e storiche ville della città sono essenzialmente tre: Politi, Landolina e Reimann. La villa Politi sorge sopra le latomie siracusane (nata come Grand Hotel Villa Politi) e venne edificata nel XIX secolo dalla nobile austriaca Maria Theresa Laudien, moglie del siracusano Raffaello Politi, la quale con il suo operato le fece conferire la nomea di «salotto internazionale» (tra le tante personalità ospitò anche i principi del Piemonte e Winston Churchill).

La villa Landolina, sita nel quartiere della Neapolis, è anch’essa una dimora del XIX secolo. Porta il nome della famiglia Landolina, il cui più illustre membro fu l’archeologo e naturalista Saverio Landolina (fu egli che riportò alla luce la nota Venere siracusana e che difese l’esistenza della colonia spontanea dei papiri aretusei, entrando inoltre nel dibattito su chi scoprì questa rara pianta). Accanto ad essa, dentro il suo terreno, è stato costruito il museo archeologico regionale Paolo Orsi. Un grande parco alberato e tombe dei caduti di altre nazioni completano la sua complessa area.

Villa Reimann invece, conosciuta anzitutto per il suo particolare ed esteso giardino (copre 35.000 m² di suolo urbano), che è detto «Giardino delle Esperidi», sorge a pochi passi dalla necropoli della tomba di Archimede e prende il nome dalla nobile infiermiera danese Christiane Reimann, che trasferendosi a Siracusa acquistò l’immobile nel 1933. 

Architetture religiose dell’antica polis

Le prime testimonianze architettoniche religiose sono databili all’epoca preistorica, mentre la cultualità degli antichi Greci fece sì che in città sorgessero imponenti aree votive, come l’ara di Ierone (la più grande in assoluto del suo tempo), e numerosi templi, dei quali il più significativo e ben conservato è il tempio di Atena (convertitosi in chiesa con l’avvento del cristianesimo).

Il tempio più vetusto di Siracusa è rappresentato dalla casa eretta per il dio del sole Apollo: risalente al VI secolo a.C., esso è anche il più antico tempio siciliano in stile dorico consacrato a tale divinità e sorge nell’isola di Ortigia, la quale, secondo gli antichi Siracusani, era stata donata dagli dei alla gemella di Apollo, Artemide: proprio per la dea lunare venne eretto l’Artemision (accanto all’edificio della dea della sapienza Atena); edificio che Cicerone descrisse come il più prestigioso degli antichi templi siracusani.

Sempre nel VI secolo a.C. sorse nelle campagne che fronteggiano il mare, tra l’isola di Ortigia e la penisola della Maddalena, il tempio per Zeus Olimpico, chiamato dai siracusani «i ru colonne» (le due colonne), essendo queste l’unico elemento architettonico rimasto ben visibile; esso è una delle tangibili testimonianze che ricordano il legame tra l’antica Siracusa e la sede dei sacri agoni olimpici.

Nella strada che un tempo conduceva alla sub-colonia di Eloro – e per questo chiamata via Elorina – sorge il complesso monumentale conosciuto con il nome di ginnasio romano di Siracusa, all’interno del quale si possono osservare i resti di un tempio, di incerta dedica (forse divinità egiziane) che Cicerone descrisse nelle sue cronache.

La polis era inoltre famosa per essere la sede principale di diffusione del culto siciliano per le divinità ctonie Demetra e Kore, alle quali era dedicata una vasta area votiva rinvenuta nei pressi di Piazza della Vittoria. Sempre alla Madre terra e a sua figlia erano dedicate altre aree votive sparse per la città. Numerosi altri resti di templi consacrati agli Olimpi e alle divinità minori, con rilevanza per il luogo geografico, si trovano distribuiti per tutto il suolo urbano ed extra-urbano.

I luoghi di culto della religione cristiana costituiscono la maggior parte del patrimonio artistico-religioso siracusano. Molteplici le strutture dal richiamo storico, alcune rappresentate persino da anfratti naturali, come le grotte adibite per il rito liturgico. L’ex-tempio greco divenuto la cattedrale della Natività di Maria Santissima, meglio noto semplicemente come Duomo di Siracusa (che dà il nome all’omonima principale piazza), va annoverato tra le più arcaiche e notabili strutture architettoniche sorte con il primo cristianesimo e modellatesi lentamente nel corso del tempo.

La tradizione afferma che il secondo edificio cattolico più antico di Siracusa dopo il Duomo è dato dalla chiesa di San Giovannello (consacrata a San Giovanni Battista), costruita nel quartiere della Giudecca. Millenaria è anche la chiesa di San Giovanni alle catacombe, che durante la dominazione islamica pare abbia sostituito la cattedrale assumendone il ruolo e rappresenta la porta d’ingresso per una delle più ampie catacombe siracusane (nella loro totalità esse sono, insieme a quelle di Roma, le più vaste al mondo), quella di San Giovanni. Sempre sotto la chiesa in questione sorge la cripta che si presume ospitasse le reliquie del protovescovo Marciano.

Risalenti all’epoca dei Normanni sono invece la chiesa di San Nicolò ai Cordari (che a sua volta sovrasta un edificio di età paleocristiana), la chiesa di San Martino e la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, la cui adiacente rotonda, come suggerisce il nome della chiesa, venne edificata nel Seicento con l’intento di farla divenire il sepolcro della Santa patrona della città (le cui spoglie mortali sono però rimaste a Venezia, dopo che vennero sottratte a Siracusa dai Bizantini). La chiesa di Santa Lucia alla Badia è l’altra importante struttura dedicata sempre alla Santa patrona.

Di particolare interesse sono anche le chiese appartenute ai cavalieri di Malta: la loro prima chiesa fu quella di San Sebastianello (San Sebastiano è il compatrono dei siracusani), mentre in seguito si trasferirono nella chiesa dei Santi Biagio e Leonardo; del primo edificio, eretto in epoca bizantina, rimane visitabile la cripta posta accanto al tempio preistorico, mentre del secondo, che risale al 1500, si può osservare solo il prospetto esterno, che si affaccia sulla piazza dei Cavalieri di Malta. Tra le edificazioni del XX secolo spiccano il Pantheon di Siracusa, al cui interno si trovano le spoglie dei caduti della prima guerra mondiale, e il santuario della Madonna delle Lacrime, sorto per ricordare l’evento mariano miracoloso del 1953: il santuario, dalla forma conica, è la chiesa più alta della città, visibile da notevole distanza.

All’interno del perimetro della villa Landolina (sede museale) è situato inoltre un piccolo cimitero acattolico, nel quale si trovano le spoglie del noto poeta tedesco August von Platen e quelle di alcuni caduti britannici e statunitensi del periodo napoleonico.

Testo bollettino

CASTELLO MANIACE

Il Castello Maniace, o Federiciano, è la testimonianza più grande e potente della presenza di Federico II e della sua meravigliosa Corte a Siracusa.

Il Castello fu costruito tra il 1232 e il 1240. L’edificio, a pianta quadrata, è chiuso da un poderoso muro perimetrale con quattro torri cilindriche agli angoli. Il nome risale al generale bizantino Giorgio Maniace, che nel 1038 riconquistò la città dagli Arabi.

L’ingresso è segnato da un portale marmoreo a struttura ogivale. Sopra l’arco, nel 1614, fu posto lo stemma spagnolo; ai lati del portale, due nicchie erano destinate a contenere, su mensole aggettanti, due arieti di bronzo, di cui uno solo superstite è custodito al Museo Salinas di Palermo.

È stata pienamente restituita la grande Bellezza della Sala Ipostila straordinariamente suggestiva.

Oltre l’edificio federiciano, nel XVI secolo s’impiantarono le batterie di cannoni, per collegarlo al resto delle fortificazioni cittadine. Nel XVII secolo il Grunemberg munì il Castello di una difesa a punta di diamante e costruì due semibaluardi nella parte antistante l’ingresso. Infine, in età borbonica, fu costruita la casamatta,

recentemente restaurata e restituita alla fruizione.

SIRACUSA TURISTICA

Siracusa, Città di Acqua e di Luce.

Siracusa è la capitale politica, spirituale, culturale e religiosa della Grecia d’Occidente.

Caratterizzata da una identità dinamica, essenza del “pensare greco”, è inseparabile dalla fluidità del mare smagliante che la circonda.

Nel 734 a. C. Uomini di Mare e d’Avventura provenienti da Corinto disegnarono uno spazio urbano e storico, profilando un orizzonte inedito.

Acqua come elemento del Mito.

Luce come radice di una identità cangiante con Atena, Minerva e Lucia, venerate nello stesso smagliante “spazio sacro” del Duomo.

Siracusa è stata Culla del cristianesimo, poi Capitale occidentale dell’Impero Bizantino fino a divenire sede della Corte Imperiale di Costante.

Nel XIII secolo sarà Federico II a porla al centro del suo progetto Imperiale e Mediterraneo, e poi il Regno Catalano che la farà Capitale della Camera Reginale.

Siracusa rappresenta una stratificazione storica e culturale unica al mondo.

Patrimonio Unesco dal 2005 e Capitale del Teatro Classico e della Tragedia, dal 1913 rappresentata nel suo smagliante Teatro Greco del V Secolo a.C.

Francesco Italia

Sindaco di Siracusa

  • data: 22 novembre 2022
  • dentellatura:  9 effettuata con fustellatura
  • dimensioni francobollo: 48 x 40 mm
  • stampa: in rotocalcografia
  • tipo di cartabianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura: 90 g/mq; supporto: carta bianca, Kraft monosiliconata da 80 g/mq; adesivo: tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco)
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 250.012
  • valoreB
  • colori: cinque
  • bozzettistaG. Milite n
  • num. catalogo francobolloMichel ______ YT _______ UNIF ________
  • Il francobollo: La vignetta raffigura un panorama di Venafro, con i campanili delle chiese di Cristo e della Santissima Annunziata, il Castello Pandone e, in primo piano, un particolare del Parco Regionale Storico dell’Olivo di Venafro. Completa il francobollo la rispettiva legenda “VENAFRO”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”.

Venafro è un comune italiano di 10 867 abitanti della provincia di Isernia in Molise.

Bellissima immagine di Venafro

Ha origini molto antiche, risalenti al popolo italico dei Sanniti, dove nel III secolo a.C. combatterono aspramente contro Roma durante le guerre sannitiche. Nell’89 a.C. Venafrum fu teatro di uno scontro decisivo contro Roma dove guerreggiò il gruppo dei popoli della “Lega italica”, nella cosiddetta “Guerra sociale”. Nel Medioevo, fu invasa dai Longobardi, e divenne dal VI secolo sede di una diocesi, nonché importante centro di passaggio da Molise e Abruzzo per Napoli. Dal XV secolo fu di proprietà della famiglia Pandone, che contribuì alla ripresa economica del centro. Nel 1860 ospitò Vittorio Emanuele II in viaggio per l’incontro con Giuseppe Garibaldi.

Il centro storico si presenta sotto aspetto di borgo fortificato lungo la scarpata della montagna, distante dall’antico centro romano, identificato nella zona dell’anfiteatro. Il punto più alto del borgo è il Castello Pandone, mentre la Cattedrale, seguendo lo schema delle antiche città normanno-longobarde, si trova fuori le mura. L’assetto urbanistico è molto preciso, scandito da cardo e decumano, e risente dell’influsso architettonico del barocco napoletano. Presso il centro si trovano altri due monumenti importanti: il cimitero militare francese di guerra, e il convento di San Nicandro, divenuto santuario già ai tempi della visita di Padre Pio nei primi anni del ‘900, necessitando di cure mediche per le sue malattie.

Stemma di Venafro

Territorio

Il comune è situato nell’estremo Molise occidentale ai confini con il Lazio e la Campania (è anche uno dei quattro comuni della regione Molise, insieme a Pizzone, Pozzilli e Tufara, il cui territorio confina con due regioni) e sorge ai piedi del monte Santa Croce (1.026 m s.l.m.), ad un’altezza di 222 m s.l.m., mentre l’altezza del territorio comunale varia da 158 a 1.205 m s.l.m. Il territorio comunale si estende nella omonima piana, attraversata dai fiumi Volturno e San Bartolomeo, le cui sorgenti sono localizzate proprio nel centro di Venafro, lì dove si trova il laghetto “la pescara”. I rilievi principali che circondano la piana in ordine di altitudine sono: Monte Sambucaro (1205 m), Monte Cesima (1180 m), Monte Corno (1054 m), Monte Santa Croce o Cerino (1026 m), Colle San Domenico (921 m).

Un tempo parte della provincia di Terra di Lavoro (conosciuta anche con il nome di Liburia), era situata in Campania, territorio con il quale presenta tuttora affinità linguistico-culturali, ma nel 1863 venne annessa all’attuale Molise ed è oggi conosciuta come porta del Molise e riveste una grande importanza socio-economica nel panorama molisano, grazie allo sviluppo del vicino nucleo industriale che costituisce il quarto polo industriale della regione.

È punto di transito obbligato dalla Campania (attraverso la strada statale 85 “Venafrana” oppure, in caso di tragitti sud-est con la nuova Variante Esterna, inaugurata a settembre 2008, che evita il centro abitato) o dal Lazio (attraverso la SS 6 – dir., la diramazione della strada statale 6 Casilina verso Cassino).

Storia

Benché la sua fondazione sia attribuita a Diomede, personaggio della mitologia greca figlio di Tideo e di Deipile, ha nell’antico nome di Venafrum origini sannitiche.

Nella piana, in diversi punti sono stati rinvenuti numerosi reperti che fanno pensare all’esistenza di insediamenti umani già in epoca preistorica. Durante la Guerra sociale, il frentano Mario Egnazio la espugnò a tradimento e fece strage di sei coorti romane. Anche Silla la rase al suolo. Nel gennaio del 49 a.C. Pompeo Magno venendo da Teano, vi fece sosta. Ma le prime notizie certe dell’esistenza di Venafro risalgono al 300 a.C. quando si trovava sotto la giurisdizione dei romani con Massimiliano, rivestendo subito un ruolo importante e strategico tanto da essere Colonia romana con Augusto (Colonia Augusta Julia Venafrum), e recepì la caratteristica sistemazione urbanistica, parzialmente conservata nell’abitato attuale. In epoca augustea molta attenzione fu data all’acquedotto (Rivus Venafranus) che portava l’acqua del fiume Volturno da Rocchetta a Volturno a Venafro. Rinomata per fertilità e amenità, è ricordata da Orazio come luogo di villeggiatura, e Plinio il Vecchio parla di una sorgente diuretica lì situata. In epoca romana vanta di una sviluppata economia con il rinomato olio che secondo la leggenda fu portato da Licinio il quale ne parla in molte sue opere. Sempre della fecondità del suolo e della fama dell’olio venafrano ci dà testimonianza Marziale.

Fra il 774 ed il 787 la piana di Venafro fu attraversata dalle truppe di Carlo Magno che si scontrarono con quelle dei Longobardi del Principato di Benevento.

Subì gravi danni nel terremoto del 1349 ed in quello del 1456.

Nel 1495 dette ospitalità alle truppe di Carlo VIII di Francia di passaggio alla conquista del Regno di Napoli (Ferdinando II di Aragona).

Dopo il periodo buio del Medioevo che ha visto Venafro sprofondare in miseria e malattie, nei secoli successivi la città visse un’epoca di espansione e di benessere, basti pensare alle numerose costruzioni risalenti a questa epoca che hanno cambiato il volto della città con monumentali chiese e palazzi.

Venafro è sede vescovile dal V secolo. Ultimi feudatari furono i Savelli, i Peretti, i Caracciolo di Miranda.

Nel 1811 venne istituito il distretto di Piedimonte d’Alife, nel quale andava a ricadere tutta l’area nord-orientale del distretto di Capua ed i circondari di Venafro e Colli distaccati dal distretto di Sora. Con l’occupazione garibaldina e l’annessione al Regno di Sardegna del 1860 il distretto fu soppresso.

Il 24 ed il 25 ottobre 1860 Venafro ospitò il re Vittorio Emanuele II di Savoia in viaggio per recarsi a Teano ad incontrare Giuseppe Garibaldi. Il Sovrano proveniva da Isernia dove era giunto il 23 ottobre ed aveva preso alloggio nel Palazzo Cimorelli di Isernia, sito nella via che poi prese il Suo nome, ospite di Vincenzo Cimorelli. Il giorno successivo era ripartito giungendo a Venafro dove prese alloggio nel Palazzo Cotugno e successivamente nel Palazzo Cimorelli, ospite di Nicola Cimorelli  e di sua moglie Giulia dei Marchesi Parisi di Rignano. Alla Marchesa Giulia Parisi donò un monile di gran pregio: un bracciale trasformabile in diadema. Sul palazzo Cimorelli in Venafro c’è una lapide: «Re Vittorio Emanuele venuto con poche armi e voti di popolo infiniti a consacrare l’Italianità di queste provincie fu in questa casa ospite di Nicola Cimorelli nei dì 24 e 25 ottobre 1860. Il Municipio di Venafro in memoria del fausto avvenimento e del cittadino benemerito pose questo ricordo il 4 marzo 1898 cinquantesimo anniversario delle libertà costituzionali» Fino al 1863 Venafro era compreso nel territorio della Terra di Lavoro della provincia di Caserta ricadendo dapprima nel Distretto di Sora e poi dal 1811 con la nascita del Distretto di Piedimonte d’Alife fu annesso a quest’ultimo. Era capoluogo di circondario prima e di mandamento dopo.

Il 10 maggio 1863 ci fu l’annessione alla provincia di Campobasso, nonostante le polemiche e le proteste della cittadinanza e del consiglio comunale dell’epoca, favorevole invece a rimanere a far parte della provincia di Caserta. Entrò definitivamente a far parte della regione Molise.

Durante la guerra contro il brigantaggio, il Generale Ferdinando Augusto Pinelli fece cancellare Venafro dalla carta topografica.

Nell’ottobre del 1911 il Padre Provinciale, Benedetto da San Marco in Lamis, accompagnò Padre Pio da Pietrelcina, malato, a Napoli dal celebre dottore Antonio Cardarelli, il quale suggerì di condurlo a Venafro. Durante il mese e mezzo passato in questo convento, la fraternità si accorse dei primi fenomeni soprannaturali: estasi divine della durata anche di un’ora e apparizioni diaboliche, di breve durata.

Il 13 aprile 1914 con Regio Decreto (registrato presso la Corte dei Conti il 28 agosto 1914 al Reg. 50, foglio 12) il comune acquisisce negli atti e nel sigillo il titolo di Città di Venafro.

Tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1944 fu teatro, come altri paesi dei dintorni (Pozzilli, Filignano, San Pietro Infine ed altri), di aspri combattimenti fra i Tedeschi, asserragliati sulle montagne a nord e gli Anglo-Franco-Statunitensi, lungo la linea Gustav, per la conquista di Cassino e Montecassino. Scambiata per quest’ultima dai piloti anglo-americani, Venafro venne colpita duramente dai bombardamenti alleati il 15 marzo 1944 che causarono circa 400 vittime tra civili e militari.

Tra il centro abitato di Venafro ed il convento dei Cappuccini, è presente il cimitero militare francese dei caduti della seconda guerra mondiale appartenenti al Corps Expeditionnaire Français (CEF) guidato da Alphonse Juin, che nella cittadina pose il suo quartier generale.

Nel 1970 fu inclusa nella neonata provincia di Isernia, di cui fa attualmente parte e sulla cui appartenenza del comune, nei periodi precedenti la sua istituzione, si accese una discussione campanilistica.

Nella primavera del 1984 fu molto danneggiata dal terremoto originatosi nella non lontana Valle di Comino, in provincia di Frosinone.

Nel 1986 le due sedi episcopali della diocesi Isernia e Venafro furono unite aeque principaliter costituendo l’attuale diocesi di Isernia-Venafro. L’antica cattedrale di Santa Maria Assunta assunse il titolo di concattedrale.

Nel 1987 la città fa parte, su segnalazione del Censis, dei 100 comuni della “piccola grande Italia”.

Dal 1994, insieme ad altri 338 soci, fa parte dell’A.N.C.O., (Associazione Nazionale Città dell’Olio).

Il 25 aprile 2005 Venafro ha ottenuto la medaglia d’oro al valor civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per il tragico bombardamento aereo subito il 15 marzo 1944.

Testo bollettino

La leggenda narra che Venafro fu fondata da Diomede nel XII secolo a.C., ma il primo insediamento urbano è del V secolo a.C. in epoca sannitica.

Da allora Venafro ha sviluppato nel tempo una storia che la rende un unicum di arte e cultura. In città vi sono importanti musei. Nel Museo Archeologico di Santa Chiara è possibile ammirare, tra l’altro, la statua della Venere, gli scacchi più antichi d’Europa, la Tavola Acquaria di Augusto, le statue di Augusto e Tiberio, e tanti altri tesori dell’archeologia locale. Il Castello Pandone, sede del Museo Nazionale, si caratterizza al piano nobile per i cavalli a dimensione reale fatti affrescare dal Conte Enrico tra il 1521 e il 1527, mentre al secondo piano ospita un’importante pinacoteca.

Attraversando le varie epoche storiche, troviamo l’anfiteatro romano, i resti del teatro romano, le mura ciclopiche poligonali, il centro storico medievale, con le numerose chiese, molte piene di opere d’arte (tra tutte: la Cattedrale e l’Annunziata), i palazzi gentilizi. E ancora: la torre medievale o Palazzo Caracciolo; il santuario dei Santi Nicandro, Marciano e Daria, patroni della città, con il convento dei frati cappuccini, dove nel 1911 il giovane  Padre Pio da Pietrelcina ebbe le prime visioni ed estasi; la Palazzina Liberty, che si specchia nelle acque sorgive del laghetto; l’Oasi Le Mortine, zona umida sulle sponde del Volturno, dove si può ammirare l’avifauna migratoria di passaggio e il bosco igrofilo, e, se si è fortunati, si può avvistare anche la lontra.

La storia più recente è testimoniata dal cimitero militare francese, con le tombe di oltre 4.300 soldati del Corpo di Spedizione Francese morti nel secondo conflitto mondiale, e dal Museo Winterline sulla seconda guerra mondiale a Venafro. La storia di Venafro è legata all’olio, celebrato fin dall’antichità da tanti autori romani (Orazio, Plinio, Catone il Censore, Cicerone, Marziale, Giovenale, Varrone, Strabone). La cultura dell’olio continua a vivere nel Parco dell’Olivo, che custodisce gli uliveti secolari, in uno splendido contesto storico-paesaggistico, dal 2018 iscritto nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici d’Italia. Tutto ciò offre al visitatore uno spettacolo di straordinaria bellezza, scrigno di arte, cultura e paesaggio tutto da scoprire.

Alfredo Ricci

Sindaco di Venafro

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