M.I.S.E. 2^ EMISSIONE 2022 di un francobollo commemorativo di Giovanni Verga, nel centenario della scomparsa

Il Ministero dello Sviluppo Economico, emette il 27 gennaio 2022, un francobollo commemorativo di Giovani Verga, nel centenario della scomparsa, con indicazione tariffaria B, corrispondente ad €1,10, distribuito dalle Poste Italiane.

  • data: 27 gennaio 2022
  • dentellatura: 11
  • dimensioni francobollo: 40 x 30 mm
  • stampa: rotocalcografia
  • tipo di cartacarta bianca, patinata gommata, autoadesiva, non fluorescente
  • colori: cinque
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 300.000
  • valoreB = € 1.10
  • bozzettista a cura del Centro Filatelico della Direzione Operativa dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.
  • num. catalogo francobolloMichel ______ YT _______ UNIF ________
  • Il francobollo: La vignetta riproduce, delimitato, in basso, dalla stilizzazione di un libro aperto, un ritratto pittorico di Giovanni Verga, opera di Amedeo Bianchi realizzata intorno al 1913 (Parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci – Casa Museo di Giovanni Verga). Completano il francobollo la legenda “Giovanni Verga”, le date “1840 1922”, la scritta “Italia” e l’indicazione tariffaria “B”.

Se sei interessato all’acquisto di questo francobollo lo puoi acquistare al prezzo di € 1,50 inviandomi una richiesta alla mia email: [email protected]

Giovanni Carmelo Verga di Fontanabianca (Catania, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922) è stato uno scrittore, drammaturgo e senatore italiano, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del Verismo.

Giovanni Verga

Di nobili natali visse in un ambiente di tradizioni liberali. Si dedicò inizialmente alla scrittura di romanzi avventurosi su influsso delle opere di Dumas padre e in seguito ad altri di argomento passionale tra cui Storia di una capinera che riscosse un discreto successo. Si trasferì a Firenze nel 1869 e quindi a Milano dove frequentò circoli letterari conoscendo Arrigo Boito e Giuseppe Giacosa. Con la novella Nedda si attuò la sua conversione al Verismo che lo condusse a scrivere nel 1881 la sua opera più completa I Malavoglia che con Mastro-don Gesualdo del 1889 costituiscono due fra i più notevoli romanzi della letteratura italiana.

La nuova concezione verista di Verga pose il cardine dell’opera letteraria sulla “sparizione” dell’autore, facendo in modo che nella narrazione i fatti si sviluppassero da soli, come per una necessità spontanea. Il linguaggio di Verga è rude e spoglio come un riflesso del mondo che rappresenta, fatto sia di povera gente come ne I Malavoglia, sia di ricchi come in Mastro-don Gesualdo, tutti comunque dei “vinti” nella lotta quotidiana della vita.

Lo scrittore si occupò anche di teatro, sceneggiando alcune sue novelle di cui la più famosa è Cavalleria rusticana musicata in seguito da Pietro Mascagni. Verga divenne Senatore del Regno nel 1920 su nomina del re Vittorio Emanuele III.

Biografia

Famiglia

La famiglia Verga, di lontane ascendenze aragonesi, era giunta in Sicilia col nome di Vergas o Vargas, all’epoca dei Vespri. Capostipite dei Verga di Vizzini fu Laian Gonzalo de Vergas, venuto in Sicilia dalla Spagna al seguito del re Pietro III d’Aragona nel 1282, il cui figlio Antonio nel 1318 sposò Margherita La Gurna, stabilendosi a Vizzini.

Il padre dello scrittore, Giovanni Battista Catalano Verga, nativo di Vizzini, dove la famiglia Verga – aveva delle proprietà; la madre si chiamava Caterina Di Mauro Barbagallo e apparteneva ad una famiglia borghese di Catania. Verga era il maggiore di cinque fratelli.

Il nonno di Giovanni, Giovanni Verga Distefano, era stato carbonaro e, nel 1812, eletto deputato per Vizzini al primo Parlamento siciliano. Quest’ultimo aveva ereditato dalla famiglia della madre, nel 1771, il feudo di Fontanabianca al quale pertineva il titolo di barone, riconfermato da Ferdinando III nel 1781 a D. Gaetano Verga, che dava quindi il diritto a Giovanni Verga di fregiarsi del predicato di Fontanabianca nonché del titolo di Nobile dei baroni di Fontanabianca, anche se non ne fece mai uso. La famiglia Verga era comunque già iscritta nella mastra nobile di Vizzini sino al 1813, quando in Sicilia furono aboliti il feudalesimo e le mastre nobili, i Verga potevano qualificarsi “nobili di Vizzini”. Poiché successivamente il Regno d’Italia non riconobbe Vizzini tra le città aventi patriziato o nobiltà civica, i Verga non potevano vedersi riconosciuto il titolo di “nobili di Vizzini” dalla Consulta Araldica del Regno d’Italia.

Il luogo e la data di nascita

Giovanni Carmelo Verga venne registrato presso l’ufficio nascite dello Stato Civile del comune di Catania, atto numero 284 (l’anagrafe sarebbe stata creata solamente nel 1871 in occasione del censimento dello stesso anno), allora parte del Regno delle Due Sicilie, il 2 settembre 1840; la data e il luogo di nascita non sono però universalmente accettati. Vi è, tuttavia, una seconda tesi secondo cui Verga sarebbe nato in un podere di campagna di proprietà dello zio don Salvatore in contrada Tièpidi (una zona di campagna a pochi chilometri dal centro abitato di Vizzini). Questa tesi sarebbe supportata da diverse ipotesi: la prima riguarda l’epidemia di colera che nell’estate del 1840 si era abbattuta su Catania e che avrebbe potuto spingere la famiglia Verga ad abbandonare l’afosa Catania d’estate, per la frescura collinare di Vizzini e a scegliere il piccolo centro del Calatino per proteggere sia la madre sia il nascituro da ogni potenziale rischio. In realtà l’ondata di colera si era esaurita nel 1837.

La seconda ipotesi è che, nato prematuro, a sette mesi, il piccolo sarebbe poi stato riportato nel capoluogo dove il padre, Giovanni Battista Catalano Verga (originario di Vizzini ma residente nel capoluogo), registrò il figlio come nato a Catania, nell’abitazione di via Sant’Anna, è probabile, inoltre, che Giovanni Battista Verga avesse scelto Catania come città ufficiale di appartenenza anche per compiacere la moglie Caterina Di Mauro (o Mauro), catanese, e anche per comodità, visto che la futura eventuale richiesta di certificazioni non avrebbe così necessitato un viaggio nella distante Vizzini. Anche questa teoria è priva di prove scritte, senza contare che la madre ed il bimbo, forse prematuro, sarebbero stati portati d’urgenza nel capoluogo, dove il Verga padre avrebbe commesso un reato, con la complicità dell’ufficiale di Stato Civile e due testimoni, quando per avere un certificato dal comune di Catania sarebbe stata sufficiente una legalissima e semplice trascrizione. La terza ipotesi una annotazione apposta sull’occhiello di una copia della prima edizione delle Novelle Rusticane, che Verga regalò all’amico scrittore Luigi Capuana, dove si legge: «A Luigi Capuana “villano” di Mineo – Giovanni Verga “villano” di Vizzini» (l’uso del termine villano dimostrerebbe, quindi, come Verga fosse a conoscenza di essere nato in un piccolo paese di provincia come Capuana, a Vizzini o comunque in una contrada di campagna). O potrebbe solo essere stata – nell’ambito dell’amicizia verso il suo amico Capuana – una testimonianza di affetto verso un paese dove l’autore catanese aveva trascorso lunghi periodi della propria infanzia e fanciullezza: “villano di Vizzini”, infatti, non vuol dire in alcun modo “nato a Vizzini”. Negli archivi del Senato della Repubblica italiana, nel fascicolo personale del Senatore del Regno Giovanni Verga si trova l’estratto del suo atto di nascita che pone fine ad ogni dubbio.

Gli studi e la prima formazione

Verga, compiuti gli studi primari presso la scuola di Francesco Carrara, venne inviato, per gli studi secondari, alla scuola di don Antonino Abate, scrittore, fervente patriota e repubblicano, dal quale assorbì il gusto letterario romantico e il patriottismo. Abate faceva leggere ai suoi allievi le opere di Dante, Petrarca, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Vincenzo Monti, Manzoni e pagine dell’Estetica di Hegel; inoltre proponeva anche il romanzo storico-patriottico I tre dell’assedio di Torino (scritto nel 1847) del poeta catanese Domenico Castorina, che era lontano parente di Verga e che a quei tempi era considerato dai contemporanei “il miglior poeta e scrittore catanese della prima metà dell’Ottocento”.

Nel 1854, a causa di un’epidemia di colera, la famiglia si rifugiò nella campagna di Tèbidi e vi ritornerà nel 1855 per lo stesso motivo. I ricordi di questo periodo, legati alle sue prime esperienze adolescenziali e alla campagna, ispireranno molte delle sue novelle, come Cavalleria rusticana e Jeli il pastore, oltre al romanzo Mastro-don Gesualdo. A soli 16 anni, tra il 1856 e il 1857, Verga scrisse il suo primo romanzo d’ispirazione risorgimentale Amore e patria rimasto inedito. Il romanzo infatti ottenne giudizio positivo da parte di Abate, ma venne considerato immaturo dall’insegnante di latino, don Mario Torrisi, che lo convinse a non pubblicarlo. Iscrittosi nel 1858 alla facoltà di legge all’Università di Catania, non dimostrò però grande interesse per le materie giuridiche e nel 1861 abbandonò i corsi, preferendo dedicarsi all’attività letteraria e al giornalismo politico. Con il denaro datogli dal padre per concludere gli studi, il giovane pubblicò a sue spese il romanzo I carbonari della montagna (1861- 1862), un romanzo storico che si ispira alle imprese della Carboneria calabrese contro il dispotismo napoleonico di Murat. Oltre a questo genere di romanzi egli prediligeva i romanzi storici italiani, soprattutto quelli a carattere fortemente romantico, come quelli di Guerrazzi la cui influenza si coglie anche nel suo terzo romanzo intitolato Sulle lagune, pubblicato tra il 1862 e il 1863, dapprima a puntate sulle appendici della rivista fiorentina “La nuova Europa”, nel periodo in cui, una volta che l’Italia aveva ormai ottenuto l’indipendenza, Venezia è ancora sotto la malvista potenza austriaca. Il romanzo narra la vicenda sentimentale di un ufficiale ungherese con una giovane veneta di Oderzo in uno stile severo e privo di retorica. Entrambi innamorati della vita finiranno per morire insieme. Verga lavorò in questo periodo frequentemente anche ad Acitrezza ed Acicastello.

Le prime esperienze a Catania

In Sicilia si verificò un periodo di violente sommosse popolari per l’abolizione del dazio sul macinato e, soprattutto nella provincia catanese, si assistette alla reazione dei contadini che, esasperati, arrivarono ad uccidere e a saccheggiare le terre. Sarà Nino Bixio che, con la forza, riuscirà a riportare l’ordine. Con l’arrivo di Garibaldi a Catania venne istituita la Guardia Nazionale e Verga, nel 1860, si arruolò in essa prestando servizio per circa quattro anni ma, non avendo inclinazioni per la disciplina militare, se ne liberò con un versamento di 3.100 lire alla Tesoreria Provinciale. Nel frattempo, insieme a Nicolò Niceforo, conosciuto con lo pseudonimo di Emilio Del Cerro, fondò il settimanale Roma degli Italiani, che si basava su un programma anti-regionale, e lo diresse per tre mesi oltre a collaborare alla rivista L’Italia contemporanea. Il settimanale passerà in seguito sotto la direzione di Antonino Abate.

Nel 1862, Verga e Niceforo ritentano l’esperienza con la rivista letteraria L’Italia contemporanea sulla quale il Verga pubblica la sua prima novella verista, Casa da thè. La rivista però ha breve durata e, dopo il primo numero, viene assimilata da Enrico Montazio alla rivista fiorentina Italia, veglie letterarie.

Anche il giornale l’Indipendente, fondato e diretto da Verga nel 1864, venne, dopo dieci numeri, lasciato alla direzione dell’Abate. In quello stesso anno Verga pubblicò sulla Nuova Europa le prime due puntate del romanzo Sulle lagune che verranno sospese per un anno e infine riprese dall’inizio e terminate il 15 marzo 1863 dopo 22 puntate.

Verso la fine di aprile o agli inizi di maggio 1865 si recò per la prima volta a Firenze, dopo aver abbandonato gli studi di legge presso l’Università di Catania. In questo periodo scrisse una commedia, che è stata pubblicata solo nel 1980, dal titolo I nuovi tartufi, che venne inviata, sotto forma anonima, al Concorso Drammatico bandito dalla Società d’incoraggiamento all’arte teatrale ma senza successo. Nello stesso periodo scrisse il romanzo Una peccatrice.

alcune opere di Giovanni Verga

Firenze era a quei tempi la capitale del Regno e rappresentava il punto d’incontro degli intellettuali italiani. Il giovane Verga avrà modo di conoscere, in questo primo breve periodo, Luigi Capuana, allora critico della Nazione, i pittori Michele Rapisardi e Antonino Gandolfo, il maestro Giuseppe Perrotta e il poeta Mario Rapisardi.

A Firenze ritornerà nell’aprile 1869 dopo che la nuova epidemia di colera diffusasi nel 1867 l’aveva costretto, insieme alla famiglia, a trovare rifugio dapprima nelle proprietà di Sant’Agata li Battiati e poi a Trecastagni.

A Firenze, dove rimarrà fino al 1871, decise quindi di stabilirsi, avendo compreso che la sua cultura provinciale era troppo restrittiva e gli impediva di realizzarsi come scrittore.

Nel 1866 l’editore torinese Negro gli aveva intanto pubblicato Una peccatrice, un romanzo di carattere autobiografico e fortemente melodrammatico, che narra la vicenda di un piccolo borghese catanese, Pietro Brosio, che, pur avendo ottenuto la ricchezza e il successo ed essere riuscito a conquistare la donna dei suoi sogni, Narcisa, ritornerà alla sua mediocrità dopo che Narcisa, impazzita per amore, si toglierà la vita.

Gli anni fiorentini saranno fondamentali per la formazione del giovane scrittore che avrà modo di conoscere artisti, musicisti, letterati e uomini politici oltre che di frequentare i salotti più conosciuti del momento.

Con una lettera di presentazione di Mario Rapisardi si introdusse facilmente in casa dello scrittore e patriota Francesco Dall’Ongaro dove incontrò Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Andrea Maffei e Arnaldo Fusinato.

Introdotto dal Dall’Ongaro presso i salotti culturali di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, madre e figlia entrambe pittrici, conobbe Vittorio Imbriani e altri letterati. Iniziò quindi a condurre una vita mondana frequentando il Caffè Doney, dove conobbe letterati e attori, il Caffè Michelangelo, luogo d’incontro dei pittori macchiaioli più noti dell’epoca e recandosi spesso alla sera a teatro.

Risale a questo periodo la stesura del romanzo epistolare Storia di una capinera che apparve nel 1870 sul giornale di moda Il Corriere delle Dame e che l’anno seguente verrà pubblicato, per interessamento del Dall’Ongaro, dalla tipografia Lampugnani di Milano. La prefazione al romanzo venne scritta dal Dall’Ongaro che riportava la lettera da lui scritta a Caterina Percoto per presentarle il libro. Il romanzo ebbe un gran successo e Verga incominciò ad ottenere i suoi primi guadagni.

Il ventennio a Milano

Il 20 novembre 1872 Verga si trasferì a Milano dove si fermerà, pur con diversi e lunghi ritorni a Catania, fino al 1893. Lo presenteranno l’amico Capuana con una lettera per il romanziere Salvatore Farina direttore della Rivista minima e il Dall’Ongaro con una al pittore e scrittore Tullo Massarani.

A Milano frequenterà in modo assiduo il salotto Maffei dove conoscerà i maggiori rappresentanti del secondo romanticismo lombardo e si incontrerà con l’ambiente degli scapigliati, legando soprattutto con Arrigo Boito, Emilio Praga e Luigi Gualdo.

Frequentando i ristoranti, come il Cova e il Savini, ritrovo di scrittori e artisti, conosce Gerolamo Rovetta, Giuseppe Giacosa, Emilio Treves e il Felice Cameroni con il quale intreccerà una fitta corrispondenza epistolare molto interessante sia per le opinioni sul verismo e sul naturalismo espresse, sia per i giudizi dati sulla narrativa contemporanea, da Zola a Flaubert, a D’Annunzio. Conoscerà inoltre il De Roberto con il quale sarà amico per tutta la vita.

Gli anni milanesi saranno ricchi di esperienze e favoriranno la nuova poetica dello scrittore. Risalgono a questi anni Eva (1873), Nedda (1874), Eros e Tigre reale (1875). Sono opere che si iscrivono nella poetica tardoromantica del primo Verga, ad eccezione di Nedda, anticipo verista, corrente di cui lo scrittore catanese sarà il massimo esponente dalle novelle di Vita dei campi in poi.

Lo scrittore intanto si era avvicinato ad autori nuovi per tematiche e forme, come Zola, Flaubert, Balzac, Maupassant, Daudet, Bourget, e aveva iniziato un abbozzo del romanzo I Malavoglia.

Nel 1877 verrà pubblicata dall’editore Brigola una raccolta di novelle, Primavera e altri racconti, che erano precedentemente apparsi sulle riviste Illustrazione italiana e Strenna italiana, che presentano stile e soggetto diversi dai precedenti scritti.

Nel 1878 apparve sulla rivista Il Fanfulla la novella Rosso Malpelo e nel frattempo egli iniziò a scrivere Fantasticheria. Lo stesso anno morì sua madre.

Risale a questi anni il progetto, annunciato in una lettera del 21 aprile all’amico Salvatore Paolo Verdura, di scrivere un ciclo di cinque romanzi, Padron ‘NtoniMastro-don GesualdoLa Duchessa delle GargantasL’onorevole ScipioniL’uomo di lusso, che in origine avrebbero dovuto essere titolati la Marea per poi essere cambiati in I vinti, che, nell’intenzione del Verga, dovevano rappresentare ogni strato sociale, da quello più umile a quello più aristocratico. Sarà questo “l’inizio della più felice e fervida stagione narrativa dello scrittore catanese”.

Il 5 dicembre 1878 Verga ritornò a Catania in seguito alla morte della madre e trascorse un lungo periodo di depressione. In luglio lasciò Catania e, dopo essere stato a Firenze, ritornò a Milano dove ricomincerà, con maggior fervore, a scrivere. Nell’agosto 1879 uscirà Fantasticherie sul Fanfulla della domenica e, nello stesso anno, scriverà Jeli il pastore oltre a pubblicare, su diverse riviste, alcune novelle di Vita dei campi che vedrà la luce presso l’editore Treves nel 1880.

Nel 1881 apparve sul numero di gennaio della Nuova Antologia l’episodio tratto da I Malavoglia che narra della tempesta con il titolo Poveri pescatori e, nello stesso anno, verrà pubblicato da Treves l’intero romanzo, che sarà però accolto molto freddamente dalla critica come confesserà il Verga stesso all’amico Capuana in una lettera dell’11 aprile da Milano: “I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco pieno e completo. Tranne Boito e Gualdo, che ne hanno detto bene, molti, Treves il primo, me ne hanno detto male”.

Nel 1882, oppresso da bisogni economici, pubblicò presso l’editore Treves il romanzo Il marito di Elena dove verranno ripresi i temi erotico-mondani della prima maniera anche se con una più accurata indagine psicologica.

Risale a questo periodo la stesura delle future “Novelle rusticane” che verranno pubblicate man mano su alcune riviste.

Durante la primavera lo scrittore si recò a Parigi dove incontrerà lo scrittore svizzero di lingua francese Louis Édouard Rod, conosciuto l’anno precedente, che nel 1887 pubblicherà I Malavoglia nella traduzione francese. Dopo Parigi compì un altro viaggio a Médan per vedere Zola e a giugno si recò a Londra. Alla fine dell’anno, ma con data 1883, pubblicò la raccolta di dodici novelle con il titolo Novelle rusticane dove si fa predominante il tema della “roba”. Lavorava intanto intensamente ai racconti Per le vie, iniziati l’anno precedente, che saranno pubblicati sul Fanfulla della domenica, nella Domenica letteraria e sulla Cronaca bizantina e da Treves nello stesso anno.

Il 1884 sarà caratterizzato dall’esordio teatrale dello scrittore che, adattando la novella omonima apparsa in Vita dei campi, mise in scena Cavalleria rusticana che verrà rappresentata il 14 gennaio 1884 dalla compagnia di Cesare Rossi al Teatro Carignano di Torino e avrà come attori Eleonora Duse nella parte di Santuzza e Flavio Andò nella parte di Turiddu. Il dramma, come già aveva intuito il Giacosa che aveva seguito il lavoro del Verga, ottenne un grande successo.

Confortato da ciò, Verga preparò un’altra commedia adattando una novella di Per le vieIl canarino del n. 15, e il 16 maggio 1885, con il titolo In portineria, essa venne rappresentata a Milano al Teatro Manzoni, senza però ottenere il successo di quella precedente.

Il ritorno a Catania

Afflitto da una grave crisi psicologica dovuta alle preoccupazioni di carattere finanziario e dal fatto che non riusciva a portare avanti come voleva il Ciclo dei Vinti, decise di ritornare in Sicilia. Nel 1887 uscì, presso l’editore Barbèra di Firenze, la raccolta Vagabondaggio.

Gli anni tra il 1886 e il 1887 li trascorse lavorando, ampliando le novelle pubblicate dal 1884 in poi per la raccolta Vagabondaggio che uscirà nel 1887 presso l’editore Barbèra.

Nel 1890 soggiornò per un periodo di alcuni mesi a Roma e all’inizio dell’estate ritornò in Sicilia e, tranne alcuni soggiorni a Roma, vi rimase fino al novembre del 1890. Terminata nel frattempo la prima stesura del romanzo Mastro-don Gesualdo, esso venne pubblicato a puntate sulla rivista La Nuova Antologia.

Durante il 1889 si dedicò completamente alla revisione del Mastro-don Gesualdo che venne dato alle stampe, da Treves, a fine anno ottenendo una buona accoglienza sia dal pubblico sia dalla critica.

Lo scrittore, rincuorato dal buon successo del romanzo, progettò di continuare il Ciclo dei Vinti con La duchessa di Leyra e L’Onorevole Scipioni mentre continuò la pubblicazione delle novelle che faranno poi parte delle due ultime raccolte.

L’8 aprile 1890, al Teatro Costanzi di Roma, venne intanto messa in scena Mala Pasqua tratta dalla novella dello scrittore che però non ottenne un gran successo. Solo un mese dopo venne rappresentata, nello stesso teatro, l’opera Cavalleria rusticana musicata da Pietro Mascagni, riscuotendo grande applauso di pubblico e di critica.

L’opera continuò ad essere rappresentata con sempre maggior successo e il Verga chiese al musicista e all’editore, come da accordi pattuiti, la parte di guadagno per i diritti d’autore. Gli verrà offerta una modesta cifra, 1.000 lire che il Verga non volle accettare. Rivoltosi alla Società degli Autori, che si dimostrò solidale con lo scrittore, egli sarà però costretto ad agire attraverso vie legali. Ha inizio così nel 1891 una complessa vicenda giudiziaria che sembra concludersi, il 22 gennaio 1893, allorché Verga accetta, una tantum, la somma di lire 143.000 come “compensazione finale”.

Nel 1893 lo scrittore si trasferì definitivamente a Catania dove rimase, a parte qualche breve viaggio a Milano e a Roma, fino alla morte. Sebbene continuasse a scrivere, si dedicò anche alla fotografia.

Il 24 gennaio 1922, colto da ictus, non riprese conoscenza e il 27 gennaio morì per emorragia cerebrale a Catania nella casa di via Sant’Anna, assistito dai nipoti e dall’amico De Roberto, e dopo aver ricevuto l’estrema unzione, richiesta dai familiari nonostante durante tutta la vita fosse stato dichiaratamente scettico, se non ateo e materialista. Giovanni Verga riposa oggi nel “viale degli uomini illustri” del cimitero monumentale di Catania. (articolo parzialmente estrapolato dal sito Wikipedia)

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