M.I.S.E. 106^ EMISSIONE di un francobollo commemorativo di Leonardo SCIASCIA, nel centenario della nascita

Il Ministero dello Sviluppo Economico, emette il 27 novembre 2021, distribuito dalle Poste Italiane, un francobollo commemorativo di Leonardo Sciascia, nel centenario della nascita, con indicazione tariffaria B, corrispondente ad €1,10.

  • data: 27 novembre 2021
  • dentellatura: 11
  • dimensioni francobollo: 40 x 30 mm
  • stampa: rotocalcografia
  • tipo di cartacarta bianca, patinata gommata, autoadesiva, non fluorescente
  • colori: due
  • stampato: I.P.Z.S. Roma
  • tiratura: 300.000
  • valoreB = €1.10
  • bozzettista F. Abbati
  • num. catalogo francobolloMichel _4385__ YT _4145__ UNIF _4228_
  • Il francobollo: La vignetta riproduce un ritratto di Leonardo Sciascia delimitato, in basso, dalla stilizzazione di un libro aperto. Completano il francobollo le leggende “Leonardo Sciascia” e “1921 – 1989”, la scritta “Italia” e l’indicazione tariffaria “B”.

Se sei interessato all’acquisto di questo francobollo lo puoi acquistare al prezzo di € 1,50 inviandomi una richiesta alla mia email: [email protected]

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) è stato uno scrittore, giornalista, saggista, dramma- turgo, poeta, politico, critico d’arte e insegnante italiano. Leonardo Sciascia nasce l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, in provincia di Agrigento, primo di tre fratelli, figlio di un impiegato, Pasquale Sciascia, e di una casalinga, Genoveffa Martorelli. La madre proviene da una famiglia di artigiani mentre il padre era impiegato presso una delle miniere di zolfo locali e la storia dello scrittore ha le sue radici nella zolfara dove hanno lavorato il nonno e il padre.

Leonardo SCIASCIA

Spirito libero e anticonformista, lucidissimo e impietoso critico del nostro tempo, Sciascia è una delle grandi figure del Novecento italiano ed europeo. All’ansia di conoscere le contraddizioni della sua terra e dell’umanità, unì un senso di giustizia pessimistico e sempre deluso, ma che non rinuncia mai all’uso della ragione umana di matrice illuminista, per attuare questo suo progetto. All’influenza del relativismo conoscitivo di Luigi Pirandello si possono ricondurre invece l’umorismo e la difficoltà di pervenire a una conclusione che i suoi protagonisti incontrano: la realtà non sempre è osservabile in maniera obiettiva, e spesso è un insieme inestricabile di verità e menzogna.

Ebbe anche un’attività politica importante, attestato su posizioni di socialismo democratico e marxismo moderato, poi di radicalismo liberale, garantismo e socialdemocrazia. Dapprima fu consigliere comunale a Palermo (1975-1977) per il Partito Comunista Italiano, ed in seguito (dal 1979 al 1983) deputato in Parlamento per il Partito Radicale, infine fu simpatizzante del Partito Socialista.

Gli studi: il periodo nisseno

A sei anni Sciascia inizia la scuola elementare a Racalmuto. Nel 1935 si trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all’Istituto Magistrale “IX Maggio” nel quale insegna Vitaliano Brancati, che diventerà il suo modello e che lo guida nella lettura degli autori francesi, mentre l’incontro con un giovane insegnante, Giuseppe Granata (che fu in seguito senatore comunista), gli fa conoscere l’illuminismo francese e italiano. Egli forma così la propria coscienza civile sui testi di Voltaire, Montesquieu, Cesare Beccaria, Pietro Verri.

Nel capoluogo nisseno trascorrerà gli anni più indimenticabili della sua vita, come lui stesso confessa nella sua autobiografia, fatti delle prime esperienze e delle prime scoperte della vita oltre a rafforzare la sua formazione culturale.

Intanto intrattiene un rapporto epistolare con Giuseppe Tulumello, compaesano di Racalmuto, con cui principalmente condivideva i gusti cinefili. Un’amicizia fraterna, questa, che lo accompagnerà fino alla morte. 

Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza viene accettato e assegnato ai servizi sedentari.

Nel 1941 consegue il diploma magistrale e nello stesso anno si impiega al Consorzio Agrario, occupandosi dell’ammasso del grano a Racalmuto, dove rimane fino al 1948. Ebbe così modo di avere un rapporto intenso con la piccola realtà contadina.

Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Dalla loro unione nasceranno due figlie, Laura e Anna Maria.

Nel 1948 Leonardo Sciascia rimane scosso dal suicidio dell’amato fratello Giuseppe.

Locandina per pubblicizzare la manifestazione del Centenario della nascita di L. Sciascia

Le prime opere: poesie e saggi

Nel 1950 pubblica le “Favole della dittatura“, che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Il libro comprende ventisette brevi testi poetici, “favole esopiche” classiche, con morali chiare, di cui sono protagonisti animali. Venti di questi testi erano apparsi tra il 1950 e l’estate del 1951 su “La Prova” fondato a Palermo dal politico democristiano Giuseppe Alessi, periodico politico con il quale Sciascia inizia a collaborare fin dal primo numero firmando il 15 marzo 1950 il necrologio “Molto prima del 1984 è morto George Orwell“.

Nel 1952, esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.

Nel 1953 vince il Premio Pirandello, assegnatogli dalla Regione Siciliana per il suo saggio “Pirandello e il pirandellismo“.

Inizia nel 1954 a collaborare a riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici, assumendo l’incarico di direttore di «Galleria» e de «I quaderni di Galleria» edite dall’omonimo Salvatore Sciascia di Caltanissetta.

Nel 1954 Italo Calvino scrive, riferendosi a un’opera di Sciascia: «Ti accludo uno scritto d’un maestro elementare di Racalmuto (Agrigento) che mi sembra molto impressionante»

Nel 1956 pubblica “Le parrocchie di Regalpetra“, una sintesi autobiografica dell’esistenza vissuta come maestro nelle scuole elementari del suo paese. Nello stesso anno viene distaccato in un ufficio scolastico di Caltanissetta.

A Roma: I racconti

Nell’anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della pubblica istruzione a Roma e in autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo “Gli zii di Sicilia“. La breve raccolta si apre con “La zia d’America“, un tentativo di dissacrare il mito americano dello “Zio Sam”, visto come dispensatore di doni e libertà.

Il secondo racconto è intitolato “La morte di Stalin“, nel quale, ancora una volta, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin. Il terzo racconto, “Il quarantotto“, è ambientato nel periodo del Risorgimento (tra il 1848 e il 1860) e tratta del tema dell’unificazione del Regno d’Italia vista attraverso gli occhi di un siciliano. Nel racconto l’autore vuole mettere in evidenza l’indifferenza e il cinismo della classe dominante affrontando un tema già trattato da Federico De Roberto ne I Viceré (1894) e da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo.

Nel n° 24 e nel n° 47 del 1960 del Pioniere furono pubblicati due racconti Il siciliano Jnb Hamdis e il bracciante sulla Luna.

Alla raccolta si aggiunge, nel 1960, un quarto racconto, “L’antimonio“, che ebbe favorevole consenso della critica e al quale Pasolini dedicherà un articolo sulla rivista Officina. In esso si narra la storia di un minatore che, scampato ad uno scoppio di grisou (chiamato dagli zolfatari antimonio), parte come volontario per la guerra civile in Spagna.

francobollo emesso nel 2010

A Caltanissetta: i romanzi

Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta, assumendo un impiego in un ufficio del Patronato scolastico.

Nel 1961 esce Il giorno della civetta col quale lo scrittore inaugura una nuova stagione del giallo italiano contemporaneo. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani, uscito nel 1968.

Gli anni sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana.

Nel 1963 pubblica Il consiglio d’Egitto, ambientato in una Palermo del ‘700 dove vive e agisce un abile falsario, l’abate Giuseppe Vella, che “inventa” un antico codice arabo che dovrebbe togliere ogni legittimità ai privilegi e ai poteri dei baroni siciliani a favore del Viceré Caracciolo.

Il ritorno al saggio

Nel 1964 pubblica il breve saggio o racconto, come dice lo stesso Sciascia nella prefazione alla ristampa del 1967, Morte dell’Inquisitore, ambientato nel ‘600, che prende spunto dalla figura dell’eretico siciliano fra’ Diego La Matina, vittima del Tribunale dell’Inquisizione siciliana, che uccide Juan Lopez De Cisneros, inquisitore nel Regno di Sicilia.

La Compagnia del Teatro Stabile di Catania, diretta da Turi Ferro, mette in scena “Il giorno della civetta“, con la riduzione teatrale di Giancarlo Sbragia.

Risale al 1965 il saggio “Feste religiose in Sicilia“, che fa da cornice alla presentazione ad una raccolta fotografica ad opera di Ferdinando Scianna, fotografo di Bagheria, dove torna l’accostamento della Sicilia alla Spagna, soprattutto per quanto riguarda il valore e l’importanza, in ambedue le società, della superstizione religiosa e del mito.

La commedia

Sempre nel 1965 esce la sua commedia L’onorevole che è un’impietosa denuncia delle complicità tra governo e mafia.

Il ritorno al romanzo

Nel 1966 ritorna con un romanzo, A ciascuno il suo, che riprende le modalità del “giallo” già utilizzate ne Il giorno della civetta.

La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e dell’amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura e alla corruzione. Dal romanzo, il regista Elio Petri trae, nel 1967, il film omonimo.

A Palermo

Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere. Esce intanto per l’editore Mursia l’antologia Narratori di Sicilia, curata da Sciascia in collaborazione con Salvatore Guglielmino.

Nel 1969 inizia la sua collaborazione con il Corriere della Sera e pubblica Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D., che racconta, attraverso una rappresentazione teatrale, la controversia per la vendita di una partita di ceci per la quale il vescovado di Lipari non vuole pagare la tassa (siamo all’inizio del ‘700). Il vescovo aveva scomunicato i gabellieri, ma il re, mediante l’appello per abuso, aveva annullato la scomunica. La storia, apparentemente banale, in realtà denuncia i rapporti tra Stato-guida dell’ex Urss e gli Stati satelliti. Le iniziali A.D. identificano Alexander Dubček, che fu protagonista nel 1968 della Primavera di Praga.

La pensione

Nel 1970 Sciascia va in pensione e pubblica la raccolta di saggi “La corda pazza“, nella quale l’autore chiarisce la propria idea di “sicilitudine” e dimostra una rara sensibilità artistica espressa per mezzo di sottili capacità saggistiche. Quest’opera riporta, già dal titolo, a Luigi Pirandello che nel suo libro “Berretto a sonagli” sostiene che ognuno di noi ha in testa “come tre corde d’orologio, quella “seria”, quella “civile”, quella “pazza”“.

Sciascia vuole indagare sulla “corda pazza” che, a suo parere, coglie le contraddizioni e le ambiguità ma anche la forza razionalizzante di quella Sicilia che è tanto oggetto dei suoi studi.

Il ritorno al genere poliziesco

Il 1971 è l’anno de Il contesto, con il quale l’autore ritorna al genere poliziesco. La vicenda si svolge intorno all’ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato in un paese immaginario, il lettore riconosce senza sforzo l’Italia contemporanea. Il libro desta molte polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia non vuole partecipare, ritirando così la candidatura del romanzo al premio Campiello.

Dal romanzo venne ispirato il film di Francesco Rosi, uscito nel 1976 e intitolato Cadaveri eccellenti.

Con gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel del 1971, si comprende che in Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa sempre più forte. Così sarà ne I pugnalatori del 1976 e ne L’affaire Moro del 1978.

Nel 1973 pubblica Il mare colore del vino e scrive la prefazione ad un’edizione della Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, in cui scrive: “Più vicini che all’illuminista ci sentiamo oggi al cattolico. Pietro Verri guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, Manzoni alle responsabilità individuali”.

Nel 1974 pubblica la prefazione ad una ristampa dei Dialoghi, dello scrittore greco Luciano di Samosata dal titolo Luciano e le fedi.

Esce intanto Todo modo, un libro che parla “di cattolici che fanno politica” e che viene stroncato dalle gerarchie ecclesiastiche. Il racconto, di genere poliziesco, è ambientato in un eremo/albergo dove si effettuano esercizi spirituali. In questo luogo, durante il ritiro annuale di un gruppo di “potenti”, tra i quali cardinali, uomini politici e industriali, si verifica una serie di inquietanti delitti.

Anche da questo romanzo verrà tratto un film (Todo modo), diretto dal regista Elio Petri nel 1976.

L’impegno politico

Alle elezioni comunali di Palermo nel giugno 1975 lo scrittore si candida come indipendente nelle liste del PCI; viene eletto con un forte numero di preferenze, ottenendo il secondo posto come numero di preferenze dopo Achille Occhetto, segretario regionale del partito, e davanti ad un altro illustre candidato, Renato Guttuso. Nello stesso anno pubblica La scomparsa di Majorana, un’indagine sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana avvenuta negli anni trenta. Sempre in merito a Ettore Majorana in diverse occasioni Leonardo Sciascia, nel 1974, affermò di averlo conosciuto personalmente in un convento della Calabria dove si è recato a trovarlo per ben 2 volte.

Nel 1976 esce una ristampa delle commedie L’onorevole e Recitazione della controversia liparitana con l’aggiunta de I mafiosi. Nello stesso anno pubblica l’indagine I pugnalatori, un libro inchiesta su una vicenda avvenuta a Palermo nel 1862 che vide uccise a pugnalate 13 persone.

All’inizio del 1977 Sciascia si dimette dalla carica di consigliere del Partito Comunista Italiano. La sua contrarietà al compromesso storico e il rifiuto per certe forme di estremismo lo portano infatti a scontri molto duri con la dirigenza del Partito.

L’inchiesta sulla strage di via Fani e l’arrivo in parlamento

Nel 1978 pubblica L’affaire Moro sul sequestro, il processo e l’omicidio nella cosiddetta “prigione del popolo” di Aldo Moro organizzato dalle Brigate Rosse.

Nel giugno del 1979 accetta la proposta dei Radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali resta a Strasburgo solo due mesi e poi opta per Montecitorio, dove rimarrà deputato fino al 1983 occupandosi dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro (con una forte critica rivolta alla cosiddetta “linea della fermezza”, difatti Sciascia si era prodigato perché si trattasse con le Brigate Rosse per liberare Moro) e sul terrorismo in Italia. Da una parte si trova in lui il rifiuto della violenza, dall’altra una costante critica del potere costituito e dei suoi segreti inconfessabili. È inoltre membro della commissione agricoltura e della bicamerale antimafia.

Si espresse anche contro la legislazione d’emergenza, che istituiva poteri speciali e inaspriva molte fattispecie di reato; egli era inoltre contrario al “pentitismo” (sia per il terrorismo sia per la mafia), in quanto premiava troppo un colpevole in cambio di rivelazioni che potevano essere fallaci, anche a danno di innocenti. Fu inoltre uno dei primi a ravvisare lati oscuri nel rapporto tra il terrorismo e lo Stato. A Sciascia venne attribuito lo slogan “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, per indicare la volontà di molti intellettuali di criticare duramente lo Stato senza per questo aderire al terrorismo rosso; in realtà egli non pronunciò mai questa frase.

Nel marzo 1982 i parlamentari del Partito Radicale (tramite interrogazioni dei deputati Bonino, Rippa, Faccio, Boato e altri) e altri del PDUP (Famiano Crucianelli) e indipendenti (Stefano Rodotà), denunciano le torture inflitte ai brigatisti dalla polizia, principalmente durante il sequestro del generale James Lee Dozier; il Ministro dell’Interno Virginio Rognoni, che poi ammetterà di avere autorizzato i “metodi duri” e dato il “via libera” alle squadre speciali guidate dal prefetto Umberto Improta e dai funzionari Fioriolli, Genova e Ciocia, critica pesantemente i deputati. Il 23 marzo 1982 Sciascia prende la parola alla Camera, ribattendo in maniera decisa al Ministro:

«Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: “badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi!” Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!»

Gli ultimi anni di vita

In quegli stessi anni gli fu diagnosticato il mieloma multiplo. Sempre più spesso fu costretto a lasciare la Sicilia per Milano per curarsi ma continuò, sia pure con fatica, la sua attività di scrittore.

Nel 1985 pubblica “Cronachette” e “Occhio di capra“, una raccolta di modi di dire e proverbi siciliani, e nel 1986 “La strega e il capitano“, un saggio per commemorare la nascita di Alessandro Manzoni.

Carichi di tristi motivi autobiografici sono i brevi romanzi gialli “Porte aperte” del 1987, “Il cavaliere e la morte” del 1988 e “Una storia semplice“, ispirato al furto della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi del Caravaggio, che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte.

Il 25 giugno 1986 Sciascia scrive a Bettino Craxi, comunicandogli di aver votato per il PSI nelle elezioni regionali siciliane di quell’anno e invitando il leader socialista a favorire il ricambio della classe dirigente siciliana del partito.

Nel 1987 cura una mostra molto suggestiva, all’interno della Mole Antonelliana a Torino, dal titolo “Ignoto a me stesso” (aprile-giugno). Erano esposte quasi 200 rare fotografie scelte da Leonardo Sciascia e concesse in originale da importanti istituzioni di tutto il mondo. Si tratta di ritratti di scrittori famosi, dai primi dagherrotipi ai giorni nostri, da Edgar Allan Poe a Rabindranath Tagore a Gorkij a Jorge Luis Borges. Il catalogo viene stampato da Bompiani e oltre il saggio di Sciascia “Il ritratto fotografico come entelechia” contiene 163 ritratti e altrettante citazioni dei relativi scrittori. Una delle sue ultime battaglie politiche fu in difesa di Enzo Tortora (suo amico di lungo corso, vittima di errore giudiziario e divenuto anch’egli un militante radicale) e il sostegno dato ad Adriano Sofri, accusato nel 1988 dell’omicidio Calabresi (Sciascia chiese anche che si facesse finalmente luce sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli del 1969).

Pochi mesi prima di morire scrive “Alfabeto pirandelliano“, “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)“, che verrà pubblicato postumo, e “Fatti diversi di storia letteraria e civile” edito da Sellerio.

La morte

Leonardo Sciascia morì a Palermo il 20 novembre 1989, in seguito a complicazioni della malattia che lo affliggeva (nefropatia da mieloma multiplo con insufficienza renale cronica, per cui si sottoponeva spesso a emodialisi), e chiese i funerali in Chiesa, per “non destare troppo scandalo” attorno alla famiglia a Racalmuto. Con lui nella sua bara la moglie e gli amici vollero mettere un crocifisso d’argento, simbolo che egli rispettava, pur non essendo un credente in senso stretto (ma nemmeno ateo: «mi guidano la ragione, l’illuministico sentire dell’intelligenza, l’umano e cristiano sentimento della vita, la ricerca della verità e la lotta alle ingiustizie, alle imposture e alle mistificazioni», scrisse).

L’attività giornalistica di Sciascia

Oltre all’attività letteraria, Sciascia ebbe anche un’intensa esperienza giornalistica, scrivendo per numerosi giornali e riviste italiane. In particolare Sciascia collaborò sin dal 1955 con il quotidiano palermitano L’Ora – il primo articolo, del 23 febbraio 1955, è dedicato al poeta dialettale catanese Domenico Tempio – scrivendo sulle pagine culturali e tenendovi una rubrica fissa, il Quaderno, tra 1964 e il 1968.

«L’Ora sarà magari un giornale comunista, ma è certo che mi dà modo d’esprimere quello che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali italiani. In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature.» (Leonardo Sciascia, 3 aprile 1965)

Sul Corriere della Sera la sua collaborazione è alterna: dal 1969 al 1972. Se ne allontana “simbolicamente” il 10 gennaio 1987, giorno della pubblicazione dell’articolo sui professionisti dell’antimafia.

Su La Stampa suoi articoli compaiono già dal 1972, ma collabora col quotidiano torinese più assiduamente dopo aver “rotto” con il Corriere della Sera. Collabora anche con Malgrado Tutto, piccolo periodico di Racalmuto, su cui Sciascia scrive fin dalla fondazione.

Intanto nel 1967 ha pubblicato l’antologia (curata con Salvatore Guglielmino) Narratori di Sicilia dove ha scritto nell’introduzione che “il carattere essenziale della letteratura narrativa siciliana è il realismo” e, nel 1971 gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel che ricostruiscono gli ultimi giorni a Palermo dello scrittore francese, dove il suo convincimento che la letteratura non sia un oggetto esterno rispetto alla realtà va aumentando, per poi insistere sullo stesso tema soprattutto tramite La scomparsa di Majorana (1975), L’affaire Moro (1978) e Nero su nero (1979).

La polemica sull’antimafia

«La mafia si combatte non con la tensione delle sirene, dei cortei e della terribilità. La mafia si combatte col diritto.» (tratta da una intervista del 1983)

Sul Corriere della Sera del 10 gennaio 1987, Sciascia pubblicò l’articolo I professionisti dell’antimafia,  nel quale stigmatizzava fortemente il comportamento di alcuni magistrati palermitani del pool antimafia, definendoli “eroi della sesta”, i quali a suo parere si erano macchiati di carrierismo, usando la battaglia per la rinascita morale della Sicilia come titolo di merito all’interno del sistema delle promozioni in magistratura. In particolare, nel bersaglio dello scrittore finì il giudice Paolo Emanuele Borsellino perché vincitore del concorso per l’assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica di Marsala, non per ragioni di anzianità di servizio, ma per specifiche e particolarissime competenze professionali nel settore della malavita organizzata, maturate sul campo, che gli venivano riconosciute dal CSM e gli valsero il superamento in graduatoria di altri magistrati (secondo lo scrittore “nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”); comunque, in seguito, Borsellino e Sciascia si chiarirono, anche se Borsellino non accettò mai quella critica e commentò, dopo la morte di Giovanni Falcone (tre anni dopo la scomparsa di Sciascia):

«Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1º gennaio del 1988, se non forse l’anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell’articolo di Leonardo Sciascia sul “Corriere della Sera” che bollava me come un professionista dell’antimafia, l’amico Orlando come professionista della politica, dell’antimafia nella politica.”

Dopo la pubblicazione dell’articolo Sciascia, da sempre simbolo della lotta alla mafia, fu bersagliato dagli attacchi di molte personalità della cultura e della politica che prima lo avevano elogiato, e venne isolato dalle maggiori forze politiche, eccezion fatta per i Radicali e i Socialisti. L’associazione Coordinamento Antimafia, che dallo scrittore venne definita «una frangia fanatica e stupida», lo tacciò d’essere un quaquaraquà «ai margini della società civile» e Marcelle Padovani, sulle colonne del Nouvel Observateur, accusò Sciascia di avanzare «misere polemiche» a causa del suo «incoercibile esibizionismo». Sciascia è stato criticato in seguito anche dallo storico Paolo Pezzino, il quale afferma che lo scrittore fosse legato alla vecchia immagine del mafioso come “uomo d’onore” e che quindi non fosse in grado di percepire la reale pericolosità della mafia moderna, e dall’amico Andrea Camilleri (articolo parzialmente tratto dal sito Wikipedia).

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